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Archivio Settembre 2005

Passeggiando per le strade di Taipei

18 Settembre 2005 1 commento


Sempre con un po’ di ritardo sui tempi di marcia, eccomi a scrivervi ancora una volta di Taipei, capitale di Taiwan, di cui non si sa ancora bene se sia Provincia cinese o Stato a se. Ma queste sono questioni politiche che non mi riguardano.

A volte mi sento un poco frastornato e non riesco bene a capire dove mi trovo: ieri a Taipei, oggi a Hong Kong, un giorno a Citta’ del Messico, la sera dopo al Ned Kelly di Vigliano e la sera successiva a Bombay… scusatemi se ogni tanto faccio un po’ di confusione. Perdonatemi.

Il tema della serata – che tentero’ in qualche modo di sviluppare, nonostante una decina di pazzi ragazzini cinesi che urlano, sbraitano, ruttano, fanno versi incomprensibili (ed e’ per questo che si dicono versi) giocando a qualche PC Games a me sconosciuto che fa tanto di quel rumore, che quasi rimpiango il traffico indiano – e’ Taipei.
La citta’ della 101 Tower, la citta’ dove una sera l’anno (anno 94, domenica 18 Settembre) si festeggia il moon festival mangiando in compagnia di amici un barbeque cucinato sui marciapiedi, fuori dai negozi, per le strade, dove capita, insomma.
Taipei e’ una citta’ che mi sorprende ogni volta, nonostante non abbia nulla di particolarmente eccitante da offrire dal punto di vista turistico.
Ogni volta che decido di fare quattro passi per questa citta’, nonostante i 34C e tasso di umidita’ all’80%, scopro sempre cose nuove.
A due passi dall’albergo, nelle stradine adiacenti alla Dun Hua Road ed alla Nanjing East Road, le due strade che delimitano il mio hotel, esiste un piccolo mondo fatto di tutto quello che si puo’ immaginare.
La cosa piu’ sorprendente e’ il numero impressionante di caffe’, coffee shop, coffee point che ci sono, uno attaccato l’altro, decine e decine in pochi centinaia di metri: a questo punto mi viene da pensare che sti taiwanesi bevano tanto di quel caffe’ da non dormire per anni; invece non e’ porprio cosi’.
I coffee shop sono punti di ritrovo per giovani e adulti, manager con il PC sempre acceso, ragazze che chiaccherano gustando qualche strano tipo di sandwich, famiglie che mangiano dolci, bevono un frappuccino mentre i bimbi scorrazzano per il locale.
Ci sono coffee shop dal nome famoso, Starbucks su tutti, a migliaia da queste parte del mondo: manca solo in India, ma sta arrivando.
Poi ci sono i vari Dante Coffee, IS Coffee, Barista Coffee che sono un l’imitazione del concorrente americano; si trovano poi decine di piccoli locali, magari con un solo tavolino e due sedie, dai nomi improponibili, che spesso tentano di imitare parole italiane, che fa sempre tendenza quando si tratta di food and beverage.
Tra tutto questo marasma di svariati locali, dove si trovano tutti i tipi immaginabili di caffe’ caldo e freddo, cappuccini, moka, etc. ci sono anche i nostri Lavazza Point: tentativo, a mio modo di vedere ancora poco riuscito, di lanciare il marchio del caffe’ italiano facendo il verso ai piu’ potenti concorrenti americani. Infatti, i Lavazza Point dovrebbero portare la cultura del caffe’ espresso da questa parte del mondo, ma purtroppo la cosa esiste solo a parole. Il nostro caffe’ espresso e’ tutt’altra cosa.
Non solo caffe’ pero’, ma una miriade di piccoli shops, magari aperti 24 ore (vedi 7 Eleven, Nico Mart, OK, etc.) dove e’ possibile trovare qualsiasi cosa o quasi a qualsiasi ora del giorno o della notte. Ti manca lo shampoo o hai voglia di un gelato alle 3 del mattino? Non c’e’ problema!
In mezzo a tutte queste attivita’, che aprono e chiudono a ritmo impressionante, spesso ci si ritrova di fronte ad uno SPA (health center), dove si praticano qualsiasi tipo di terapie per il benessere del corpo. Gli SPA sono i centri benessere ufficiali, quelli che si possono definire seri; poi ci sono i Barber Shop. Si potrebbe pensare che il barber shop sia la bottega del barbiere, con riviste ose’ dove ci si racconta ogni tipo di porcheria inerenti al sesso opposto: invece no, o meglio, non e’ proprio cosi’. Tra le altre cose ci si puo’ anche tagliare i capelli, con risultati che non voglio neanche immaginare, ma questa rimane comunque l’attivita’ secondaria.
Entri in questo locale che subito 3/4 donne si avvicinano e ti chiedono cosa vuoi fare (NB non che taglio di capelli preferisci…); una di queste ha sempre in mano delle sigarette e degli accendini, e non e’ marocchina, che non ho capito se vende o sono parte della coreografia. Naturalmente ci sono diversi tipi di “terapie”, che vanno dallo shampoo al massaggio del corpo con olio aromatico. Io ho chiesto lumi sul taglio di capelli: donna che non parla inglese, che taglia a piacimento; alla mia richiesta di poter suggerire un taglio un po’ occidentale, sono stato gentilmente allontanato dal locale e la “manager” mi ha detto che avrei potuto trovare un parrucchiere che parlasse inglese da un’altra parte. Hanno perso un cliente (!?!)
Continuando a camminare, sembra che le migliaia di persone, e sono sempre a migliaia i piccoli taiwanesi che camminano, camminano senza mai fermarsi; la citta’, almeno il suo centro, e’ un gigantesca fotografia piena di luci, colori, insegne luminose, semafori con omini che si muovono, un’infinita’ di taxi gialli, nessun tassista spiaccica una qualche minima parola di inglese: se non sai dove andare e comunichi a gesti la direzione, sei spacciato. Avere sempre l’indirizzo in cinese dell’Hotel, altrimenti non c’e’ verso di ritornare a destinazione, anche perche’ spesso il nome cinese dell’albergo e’ completamente diverso da quello inglese!
A volte i tassisti fanno i furbi, perdono un po’ di tempo, magari fanno un giro piu’ lungo del dovuto: io me ne accorgo, soprattutto perche’ conosco bene le mie zone, mi inkazzo e loro si mettono a ridere… che tristezza! Comunque niente mancia, non si usa.
Esistono migliaia di negozi di abbigliamento: sportivi, abbigliamento femminile, scarpe italiane. Non mancano i punti ristoro dove si puo’ trovare qualsiasi tipo di brodaglia e cose varie cinesi ad un prezzo che da noi non si riesce neanche a mangiare un hamburger da McDonald’s.
Tutti corrono, acquistano, spendono, si fermano ad osservare bancarelle dove trovi di tutto, dai fiori ai reggiseni, dalla bigiotteria alle mutandine a fiori (per sole ragazzine). E’ un modno strano, qui le ragazze si vestono con gonne cortissime, con vestitini cortissimi, a volte con calze lunghissime: tutto e’ minuscolo, anche le tette (scusate i dettagli). Ci sono ragazze che sembrano delle bamboline, con gambe magrissime e braccia che sembrano grissimi: forse sono fatte di porcellana, chissa’!?! Capelli neri, lunghi, piu’ o meno tutti uguali, anche se qui si spende un mucchio di soldi per migliorare l’estetica, sembra che abbiano tutti lo stesso parrucchiere.
Esistono centinaia di lounge bar, di locali, di pub, aperti 24-30-36 ore al giorno, sempre aperti, non si dorme mai; ci sono anche ristoranti aperti 24 ore al giorno: certe cose pero’ non le mangerei neanche nelle ore dedicate ai pasti.
Internet cafe’ sempre aperti dove i ragazzi, piu’ che usare internet, vanno per giocare ai piu’ svariati PC Games: io uso internet, anche perche’ non ho la piu’ pallida idea di dove cominciare per capirci qualcosa.
Cammini, si cammina, non si finisce mai di camminare e ti ritrovi di fronte al grattacielo piu’ altro del mondo: la 101 Tower.
Centouno piani (ma si puo’ salire solo fino al 89mo, il 91mo e’ aperto solo in alcune occasioni dell’anno), un mostro di acciaio, cemento e vetro: e’ molto bella, soprattutto la notte quando e’ illuminata. La scorgi praticamente da ogni angolo della citta’, sembra stia controllando i movimenti dei suoi abitanti, che abbraccia dall’alto dei suoi 400 metri.
Io ci sono salito. Da pochi mesi e’ aperta al pubblico. 400NT$ (ca. 10 Euro) e si arriva sino all’Osservatorio. 36 secondi e si e’ in cima: 10 metri al secondo, piu’ o meno, e non ti si chiudono nemmeno le orecchie. Tutto e’ ipertecnologico. Siamo in una citta’ in cui ogni settimana c’e’ una scossa piu’ o meno forte di terremoto e in questo periodo dell’anno passano almeno un paio di tifoni di grossa entita’.
Si arriva all’89mo piano e poi ancora due piani a piedi (per fortuna solo 2) sino al 91, 390mt. di altezza e si esce: la citta’ dall’alto, come tutte le citta’, a parte quelle indiane, e’ bellissima. Il solo cala, le luci si accendono e l’atmosfera e’ da paura. Sono stato in cima al mondo, almeno in cima alla piu’ grande costruzione dell’uomo. Un fischio quasi assordante ti avvolge, il vento non e’ cosi’ forte, il cellulare funziona a tratti. Tutti fanno foto, e’ normale. E’ un posto unico al mondo. Qui a Taipei, Taiwan: i cinesi sono inkazzati per questa cosa che non appartiene a loro. A Shanghai la prossima torre di Babele, probabilmente.
L’89mo piano e’ chiuso, c’e’ un coffee shop (strano, vero?), uno shop dedicato ai vari gadgets brandizzati 101 ed un punto informazioni dove si puo’ noleggiare un auricolare che ti racconta la storia del grattacielo.
Tutto intorno e’ un’immensa vetrata; in ogni lato e’ segnata la posizione in cui ci si trova. Nord Sud Ovest Est: usando l’immaginazione ti sembra di fare un giro attraverso le citta’ del mondo; Mosca, Sidney, New York, Rome, Tokio, Bangkok, Los Angeles, Mexico City, Rio De Janeiro… una volta nella vita, vale la pena. Forse anche due.
E’ ora di scendere, 40 secondi scarsi, una frenata di 25 piani: cazzo, se si spaccano i freni mi ritrovo in America Centrale, piu’ o meno.
E’ ora di cenare, e’ ora di ritrovare i miei amici italiani (ma non solo). “Giorgio” e “Papa’ Giovanni”, i due genuini e praticamente unici ristoranti italiani in Taipei, nonostante che ce ne siano una marea dai nomi fantasiosi, pseudo italiani, ma che di italiano non hanno nulla. Compreso i proprietari.
Un po’ di pubblicita’ assolutamente non occulta, ci vuole; sono due anni che Giorgio, Mimi’ e Mr. Maurice (Maurizio) e le loro cameriere (indonesiane, cinesi, birmane) mi coccolano e non mi fanno mancare un buon piatto di pasta ogni volta che voglio qualcosa che mi ricordi gli spaghetti della mia nonna.
Questa e’ Taipei, una citta’ bella da vivere, una citta’ un po’ in crisi di identita’, ma che non perde la voglia di reinventarsi. E di divertirsi.
Bye Bye!

Buon Compleanno Blog

16 Settembre 2005 Commenti chiusi

Passato un anno, quante storie, quanta gente (soprattutto io) mi ha visitato, quanti mi hanno letto e quanti commentato.
E’ stato tutto veloce, troppo veloce, mi sembrava la scorsa settimana quando una sera di settembre, in un internet cafe’ fumoso di Seoul, iniziavo ad impostare e postare.
Foto, articoli, amici, lettere, email, canzoni: tutto fa parte di questo mondo un po’ a parte che ti permette di raccontare, essere raccontato, di osservare, essere osservato, guardare, leggere, scrivere, commuoversi e quant’altro.
Quante storie ognuno di noi ha da raccontare, ma non ha il coraggio e spesso la voglia di farlo.
Perche’ non fermarsi un attimo e guardare il mondo che ci circonda, sia quello vicino a noi, che magari quello piu’ lontano, che troppo lontano non e’ mai.
Stasera sono stato sul grattacielo piu’ alto del mondo: dall’alto il mondo sembra tutto uguale; lucicoloristradepalazzicasecollinesolelunagallerieautobusfinestrefiumilaghimontagne, ma una cosa manca: la gente che respira, vive, da senso a quel mondo in cui viviamo. A volte dall’alto sembra tutto piu’ bello, ma non ci rendiamo conto che e’ proprio quando si scende, che si comincia a vivere, ancora una volta, per sempre.
Buon Compleanno al mio Blog.
c.

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Buon Compleanno Blog

16 Settembre 2005 Commenti chiusi


Passato un anno, quante storie, quanta gente (soprattutto io) mi ha visitato, quanti mi hanno letto e quanti commentato.
E’ stato tutto veloce, troppo veloce, mi sembrava la scorsa settimana quando una sera di settembre, in un internet cafe’ fumoso di Seoul, iniziavo ad impostare e postare.
Foto, articoli, amici, lettere, email, canzoni: tutto fa parte di questo mondo un po’ a parte che ti permette di raccontare, essere raccontato, di osservare, essere osservato, guardare, leggere, scrivere, commuoversi e quant’altro.
Quante storie ognuno di noi ha da raccontare, ma non ha il coraggio e spesso la voglia di farlo.
Perche’ non fermarsi un attimo e guardare il mondo che ci circonda, sia quello vicino a noi, che magari quello piu’ lontano, che troppo lontano non e’ mai.
Stasera sono stato sul grattacielo piu’ alto del mondo: dall’alto il mondo sembra tutto uguale; lucicoloristradepalazzicasecollinesolelunagallerieautobusfinestrefiumilaghimontagne, ma una cosa manca: la gente che respira, vive, da senso a quel mondo in cui viviamo. A volte dall’alto sembra tutto piu’ bello, ma non ci rendiamo conto che e’ proprio quando si scende, che si comincia a vivere, ancora una volta, per sempre.
Buon Compleanno al mio Blog.
c.

PS.
Per celebrare questo anniversario, Vi invito tutti a mie spese, viaggio escluso, a Hong Kong, domani sera, per una cena al “revolver” e un dopo cena a Lan Kwai Fong da non perdere. E poi dite che sono tirchio…

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Agra e il Taj Mahal e Kolcata (Calcutta)

10 Settembre 2005 1 commento


Agra e’ la citta’ dove e’ stato costruito il Taj Mahal, letteralmente Palazzo Corona. 210 km direzione sud da Delhi, oppure 4 ore e mezza di bus senza sospensioni in strade che sembrano quelle di un rally, oppure 2 ore e 35 minuti di Taj Express (non sperimentato), oppure poche decine di minuti di volo, il tutto sempre da Delhi.
Sapete tutti cosa e’ il Taj Mahal, la fotografia aiuta. Una delle sette meraviglie del mondo moderno, il cui elenco pero’ ufficialmente non esiste.
Statistiche a parte (ma vi invito a visitare il link sottostante)non c’e’ dubbio che cio’ che ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi toglie il fiato per la sua bellezza…

Kolcata e’ la citta’ dell’India che preferisco, e’ difficile spiegarne i motivi, ma come sempre ci provero’.
Come il Taj Mahal, anche Kolcata e’ un posto da perdere il fiato, non pero’ per la sua bellezza, ma per la sua unicita’. Tra tutte le mega citta’ indiane (Bombay, Delhi, Bangalore, Madras) e’ quella che maggiormente da un senso di quanto doveva essere ricca, fiorente e piena di vitalita’ l’India ai tempi del colonialismo inglese. Ogni angolo, ogni pezzo dell’antica e delle nuova citta’ potrebbero raccontare avventure dalle Mille e una notte.
Eppure Kolcata (Calcutta e’ il suo vecchio nome) farebbe cadere in depressione chiunque abbia un minimo di sensibilita’ per la sua poverta’ “ostentata” in ogni dove.

La ricchezza del Taj Mahal non e’ data tanto dalla storia di questo grandioso monumento, dedicato all’amore di un Imperatore per la sua amata moglie morta dando alla luce il suo quattordicesimo figlio, ma dalla ricchezza e dalla varieta’ dei suoi dettagli, anche i piu’ nascosti. Tutto e’ stato studiato, lavorato e costruito alla perfezione: dalla piu piccola incisione, alla maestosa cupola.
Arte indiana, persiana e influenze cristiane si amalgamano in un’opera unica costata il lavoro piu’ che ventennale di 20.000 uomini. Non esiste un centimetro di marmo colorato; tutti i marmi, le diverse pietre preziose, gli zaffiri, i lapislazzuli sono tagliati, lavorati e assemblati a mano.
Il colore del Taj cambia a seconda delle ore del giorno, a seconda della luce del sole. Grigio, azzurro, rosa: deve essere splendido vederlo al tramonto e di notte. Si puo’ solo nei giorni di luna piena.
Si dice che a una gran parte delle persone che hanno partecipato alla costruzione di questo palazzo siano state tagliate le mani, in modo che l’opera non potesse essere ricostruita o ripetuta in nessun altro posto al mondo.

Calcutta e’ stata la capitale dell’India ai tempi degli Inglesi. E si vede. Non tanto che sia stata la capitale, ma che sia stata.
I segni del tempo da queste parti sono evidenti piu’ che altrove. Ormai non esiste palazzo, villa, mercato che non sia fatiscente, decadente, segnato dal tempo e per questo motivo, in un certo senso, affascinante. Come ho detto prima, questo passato lo si legge in ogni angolo della citta’ e anche un po’ negli occhi della gente. La gente di Calcutta e’ speciale; gli abitanti di questa citta’ sono conosciuto per la loro gentilezza e simpatia. Ed e’ vero. Posso confermarlo, ho avuto questa sensazione sin dalla prima volta che sono stato in questa citta’ e questa sensazione mi e’ stata confermata anche dalle persone che lavorano con me.
Ma c’e’ una cosa che rende speciale questa gente.

Il Taj Mahal e’ un posto speciale. Al di fuori delle sue mura c’e’ la “solita” India fatta di mercatini, confusione, traffico, polvere, gente, tanta gente. All’interno, come per magia tutto cambia. L’atmosfera, nonostante i 40C ed oltre, soprattutto al sole, e’ piacevole; il modno sembra in qualche modo essersi fermato 400 anni fa. I turisti non mancano, ce ne sono a migliaia, stranieri e indiani, ma quasi per magia, tutti rispettano la sacralita’ di questo luogo, la sua pace, la sua storia. Sembra impossibile che sia stato costruito un monumento all’amore cosi’ grande, cosi’ immenso (n.a. da noi al massimo si scrivono delle canzoni, cuoreammore).
Intere famiglie visitano questo luogo sacro, quasi leggendario. Nonostante le orde di visitatori che ogni giorno, eccetto il Venerdi’, giorno di preghiera per i musulmani, affollano questo posto, la serenita’ e’ l’elemento che piu’ di tutti caratterizza questo luogo che sembra “assorbirti” sin dai primi passi al suo interno.

La gente di Calcutta e la citta’ di Calcutta sono un tuttuno: non potrebbero esistere l’un senza l’altro. E’ come trovarsi in luogo dove la citta’ e’ fatta di gente, la cui esistenza e’ giustificata dal fatto di trovarsi in quel luogo.
Nulla prescinde l’un dall’altro. La gente di Calcutta vive la sua citta’ come in nessun altro posto in India. Si vive per strada, si mangia per strada, ci si lava per strada, si dorme per strada, si lavora per strada, si muore sulla strada. Tutto ha una sua ragione di esistere e non c’e’ nulla che scombina questo complesso sistema che si regge solo per il fatto di essere in India.
I palazzi diroccati sono fatti di gente, non ci sono finestre, si vive a meta’ strada; animali e persone si mischiano, donne, bambini, operai, lavoratori, impiegati, anziani vivono un unico sistema che si chiama Calcutta. La vecchia citta’ a prima vista fa rabbrividire. L’anno scorso ho avuto questa sensazione. Anche a seconda vista fa rabbrividire. Non bisogna essere troppo sensibili e cecare di guardare oltre. Esiste un altro mondo inglobato in questa citta’. Vedi gente distrutta dalla fatica, uomini d’affari a capo di aziende che vendono in tutto il mondo che hanno costruito un ufficio ipertecnologico dentro un palazzo che solo a vederlo scappi perche’ sembra crollare da un momento all’altro. Bambini in divisa da scuola in uno scuolabus tirato da una bicicletta, signore anziane, di famiglia bene, sedute su un rickshaw a pedali tirato a fatica da un vecchietto che ha fatto quello per tutta la vita e che va avanti, non si capisce come, quasi per definizione. La fogna e’ ai bordi della strada, i corvi mangiano l’immondizia, dove scorrazzano bambini che giocano a cricket e cani randagi che cercano cibo. Mucche in mezzo alla strada che sembrano non accorgersi di cio’ che gli sta capitando intorno ed e’ cosi’. Ragazzi e ragazze che escono dalla scuola, chiaccherano, non badano all’ambiente che li circonda, ci vivono del resto. Gente che torna a casa dopo 8/10 ore passate in ufficio.
Il tutto viene assorbito e filtrato da questa citta’ che e’ spettatrice e protagonista assoluta di questo mondo. Calcutta, la citta’ che Madre Teresa ha scelto per compiere il proprio destino.
La citta’ che vive, soffre, lavora, produce, va avanti, respira, gioisce e che non si ferma mai, altrimenti sarebbe veramente perduta.

Il prezzo di ingresso al Taj Mahal per un indiano e’ di 20 rupie (30cents ca.), per uno straniero e’ di 750 (14 euro ca.), ma vale la pena… anche se ho tentato di farmi passare per un indiano.
In compenso il bus elettrico che ti porta alle porte del palazzo dal piu’ vicino parcheggio di mezzi a motore e’ gratis per gli stranieri e costa invece 3 rupie (5 cents scarsi) agli indiani.
La coda per entrare e’ lunga, ma se appartieni ad un gruppo passi davanti a tutti con la complicita’ della tua guida indiana. Non si entra con telefono, cibo, coltellini, paan (quella roba che si mastica e si sputa in continuazione), sigarette; solo acqua, macchina fotografica e videocamera (25 rupie di tassa per riprese da pagare all’ingresso) sono permessi. I controlli all’ingresso sembrano quelli dell’aeroporto.
Le guide ti consigliano di non comprare nulla dai venditori ambulanti all’esterno del Palazzo, perche’ il tutto costa caro; poi ti portano, a fine visita, in empori che aprono solo in occasione dell’arrivo del bus turistico. Cercano di venderti qualsiasi cosa, con la complicita’ della guida.
Grazie alla guida del mio gruppo ho potuto scoprire l’unico posto ini India dove non c’e’ gente per strada, nessuno!!! Parcheggiato il bus, i venditori all’emporio ci hanno aperto la porta, hanno acceso le luci e hanno presentato le loro pietre preziose, le stesse usate per ornare il Taj Mahal: pensate quante ne hanno avanzate se e’ da 400 anni che le vendono…
Io non compro nulla. Odio questi posti fasulli. Mi incazzo con la guida che prima mi aveva promesso un giro nel mercato della citta’ di Agra ed invece mi ha portato in questo posto inutile. Pazienza.
Vale una visita anche il Palazzo reale di Agra, dal quale si ammira da lontano tutto lo splendore del Taj Mahal.

Da Calcutta non si vede il Taj Mahal, ma questi due luoghi, cosi’ diversi, ma accomunati da un qualcosa che non si puo’ descrivere, rimarrano per sempre nella memoria di chi scrive. E non potrebbe essere diversamente.
www.incredibleindia.org

c.

Riferimenti: www.incredibleindia.org

Bombay… ancora una volta: India

5 Settembre 2005 1 commento


Eccomi ancora una volta in India, ancora una volta vi scrivo da questo immenso Paese che non finira’ mai di stupirmi, rendermi triste, farmi inkazzare (a volte) e nonostante tutto ogni volta sempre di piu’ sorprendermi.

Perche’ l’India mi rende triste…
Non e’ semplice, per l’ennesima, trovare le parole per descrivere cio’ che vedo con i miei occhi, che filtro con il mio cervello e che ancora una volta piu’ che mai, rimane nel mio cuore.

Bombay (Mumbai)
Capitale del Maharashtra, una delle Regioni piu’ povere del subcontinente indiano, diventato tristemente famoso, anche a gli occhi di noi occidentali, poche settimane fa, dopo il monsone che il 26 Luglio scorso lo ha devastato.
Erano piu’ di cento anni che non si registravano delle piogge cosi’ forti: mi chiedo come possano essere morte “solo” alcune centinaia di persone in una citta’ come Bombay, che conta 18 milioni di abitanti, ha spazi abitabili sufficienti solo per poco piu’ di 6 milioni di persone ed il 60% della popolazione vive letteralmente soffocata nel 18% del territorio… chiudete gli occhi ed immaginate come milioni di persone vivono quotidianamente in questa citta’.
Non e’ facile immaginare una situazione del genere, vi aiuto io.
Immense distese di “case” fatte di lamiera, stracci, mattoni, legno, fango, rami, stracci.
In queste “abitazioni” ci sono piu’ televisori che bagni (statistica recente); andare in bagno, da queste parti, non si usa molto, specialmente per i bambini: molto piu’ semplice fermarsi ai bordi della strada, tra cani randagi, distese di spazzatura, fango e smog.
Nella maggior parte di queste infinite baraccopoli, passano enormi tubi fognari; spesso il loro utilizzo e’ molteplice: ci si puo’ camminare sopra per tornare a casa, ci si puo’ distendere i panni da asciugare, ci si puo’ sedere e rilassarsi, fare quattro chiacchere con amici e magari guardare il fiume Mithi che muore soffocato dall’inquinamento; spesso la fogna funge da vera e propria strada, unica via per raggiungere la propria abitazione. Anche i corvi, che volano a migliaia sul cielo di questa megalopoli, ogni tanto si prendono una pausa e si poggiano su questi tubi di acciaio e cemento.
Basta vedere la citta’ dall’alto quando si decolla dall’aeroporto che praticamente e’ inglobato nella periferia; aeroporto assolutamente insufficiente per sopportare un traffico aereo di piu’ di 500 voli al giorno.
Dall’alto si vede una citta’ fatta di grattacieli moderni (non moltissimi a dire il vero), intervallati da immense aree degradate, palazzi neri da quanto sono vecchi e ammuffiti, palazzi gia’ vecchi ancor prima di essere nuovi…
In ogni modo, questa citta’ che vi ho descritto non e’ esattamente Bombay, capitale economica dell’India, ma la sua periferia, fatta di immondizia, di palazzi neri, di appartamenti ed uffici lussuosi “nascosti” in palazzi fatiscenti. Proprio un paio di settimane fa ne e’ crollato uno, facendo qualche decina di morti.
Ragazzini che giocano per le strade, sporchi, che potrebbero essere presi ad esempio per dare una definizione da dizionario della parola “sporco”. Non hanno nulla, se non uno straccio di vestiti, una palla da cricket trovata chissa’ dove, una racchetta, sempre da cricket, sempre trovate chissa’ in quale distesa di rifiuti. Eppure giocano, si divertono, sono ragazzi, il loro mondo finisce poco piu’ in la’. Il loro destino e’ gia’ segnato dalla nascita, non si puo’ fare nulla o quasi, per cambiare le cose.
Donne la cui eta’ non e’ definibile che fanno lavori che da noi solo gli uomini potrebbero fare, stanno ore in mezzo ai rifiuti per non so quale tipo di raccolta differenziata, lavano i panni in laghetti che sembrano discariche di acque provenienti dalle vicine fabbriche: piu’ che sembrano, lo sono.
Spesso le sorelle maggiori tolgono i pidocchi dai capelli dei piccoli fratellini, e’ questo uno dei passatempi preferiti da queste parti.
Mucche, pedoni in mezzo alla strada (non esistono praticamente regole per il traffico), bambini che si avvicinano per chiederti del cioccolato oppure un po’ di soldi, ragazzine senza eta’, senza nome, senza braccia (probabilmente mozzate affinché possano indurre maggiore pietà e guadagnare qualche soldo in più) che si avvicinano, ti sorridono, ti chiedono qualcosa per poter mangiare, si appoggiano sulle tue ginocchia, vorresti tenderle una mano per una carezza sulla testa, ma non puoi farlo perché rischi di prendere delle malattie (probabilmente non si sono mai lavate in vita loro e non si sa quanto la loro vita possa ancora durare: 5/10/20 anni…sempre e comunque sulla strada) magari con un fratellino da accudire od un bambino tra le braccia… anche questa è Bombay, anche questa e’ India.
A proposito di ragazzine, a Delhi, vicino il mio albergo, ho incontrato di nuovo la mia piccola amica, sempre con in braccio il suo fratellino e questa volta anche un cagnolino.
“Esci dall’albergo, fai una passeggiata, subito arriva una bimba con il fratellino in braccio, ti chiede qualcosa da mangiare, le regali un dolcetto, lei ti sorride, si lascia fare una fotografia e fino a domani ti lascia stare, ma sei che altri ti seguiranno, cercheranno di venderti qualcosa, ti chiedono qualcosa, ma non puoi fare niente e ti rifugi dentro qualche negozio, bar, pub o ristorante… anche questa è l’india” cosi’ un anno e mezzo fa parlavo di lei.
Non potete neanche immaginare come vivono migliaia di persone ai bordi della strada che va verso il centro della citta’ di Bombay: credo che l’inferno sia piu’ piacevole.
A piedi nudi si cammina nel fango, nella sporcizia, si vive ai bordi di una strada dove gli scarichi delle auto, dei tuc tuc, delle moto, dei camion, dei bus, rendono l’aria irrespirabile, nel vero senso della parola.
4, 8, 10 persone in pochi metri quadri su due piani: una scala a pioli per salire, a volte interna, a volte esterna, una bacinella da utilizzare per lavarsi, un paio di pentole per cuocere il cibo, degli stracci che fanno da materasso, tovaglia, tappeto. La casa, spesso, e’ coloratissima: pubblicita’ della Pepsi e di altre cose dipinte sui muri rendono il tutto ancora piu’ devastante.
Dall’alto, come dicevo, Bombay e’ una citta’ che alterna vedute di palazzi e baraccopoli senza fine; uno dei passatempi preferiti di questa gente e’ guardare gli aerei che si alzano in volo: migliaia di persone sedute su una collinetta che guardano verso la pista di decollo a poche decine di metri di distanza; chissa’ se sognano di poter volare un giorno, volare lontano, in un mondo che probabilmente nemmeno immaginano… eppure, se ci si addentra un poco in questi labirinti che sembrano non finire mai, scopri che la gente non sembra vivere in quell’inferno che ho provato in minima parte a descrivere.

Ed e’ questo che mi stupisce, ogni giorno, sempre di piu’, di questo immenso Paese…
La gente che vive in questi posti e’ sempre sorridente, non ti chiede nulla (l’elemosina, spesso, ma non sempre, e’ cosa per turisti), e’ incuriosita; una piccola folla si raggruppa intorno all’uomo bianco dai capelli rossi che entra in quelle stradine strette dove la vita si svolge ad un ritmo che sembra di vivere un’altra dimensione.
Botteghe di sarti, piccoli commercianti di galline, macellai, “caffe’”, shops, telephone centers, i cosiddetti STD, ISD, PCO: non manca nulla, un piccolo mondo a parte che, nonostante tutto, funziona, va avanti e non sembra accorgersi che a pochi metri di distanza si stanno costruendo palazzi ipertecnologici, centri commerciali, ristoranti, nuove aziende.
Al centro di questo mondo parallelo c’e’ sempre un piccolo tempio: una signora mi regala dei piccoli pezzi di cocco, a mia volta li regalo ai ragazzini che mi circondano.
Mi chiedono da dove vengo, rispondo dall’Italia; disegno una piccola India su di un muro e chiedo loro dove si trova l’Italia: non si sbagliano, proprio li’, un po’ piu’ in alto a sinistra! Come possa sistemare un sistema scolastico in questi luoghi? Non ne ho idea, pero’ funziona, in qualche modo funziona. Sara’ anche grazie a quel loro “Dio ed a tutte le sue segretarie”, come un mio cliente ha definito la religione indiana. Chi lo sa?!?
E’ sorprendente vedere tutti questi ragazzini in divisa da scuola, sporca, ma dignitosa. Sandali, a volte, una borsa o uno zaino, tutto il necessario per raggiungere la scuola.
Prima Pagina di un quotidiano di Bangalore qualche giorno fa.
Un’indagine (per rivelare le cause di sempre piu’ frequenti distrubi alla schiena di ragazzi in eta’ scolastica) ha rivelato che lo zaino di un bambino di eta’ elementare pesa ca. 5 Kg., mentre quello di uno studente al sesto/settimo anno di scuola primaria pesa quasi 10 Kg.; composizione dello zaino:
libri, quaderni per appunti, diario, astuccio, materiale per disegno, libro di preghiera, bottiglia d’acqua e portavivande (schiscetta). Ecco comparire i primi trolley; il giornale definisce l’atrio della scuola oggetto dell’indagine, una specie di sala partenze di un aeroporto.
Probabilmente il problema del mal di schiena e’ primario, rispetto a quello dell’analfabetismo: il 25% della popolazione indiana e’ analfabeta, i due terzi di questi sono donne. (NB 25% vuol dire 250 milioni di persone!!!); e poi ci si chiede come mai la gente, soprattutto nelle Regioni piu’ povere del Paese spesso vota personaggi politici corroti, con precedenti penali e malviventi locali…
Il traffico nelle ore di punta impazzisce, tutti vanno da qualche parte e credo che questa citta’, Bombay, fra non molto morira’ soffocata del suo traffico. Ci sono piu’ di un milione e mezzo di veicoli che viaggiano sulle strade della citta’, il che non e’ molto se paragonato ai 18 milioni di abitanti che la vivono.
Tutti guidano come dei pazzi, soprattutto nelle strade che raggiungono le citta’, tanto che il Governo Indiano fa lezioni di sicurezza stradale con cartelli in cui vengono riportate frasi “stupide” tipo: “Whisky is risky”, “Speed thrills, but kills”. Ci credo che poi la gente alla guida supera a destra (cosa giusta) e a sinistra (cosa meno giusta) indistinatamente, non rispetta i pedoni, si prende la precedenza come crede, guida con la mano tutto il tempo appoggiata sul clacson (del resto tutti i veicoli, eccetto le auto, riportano la scritta “sound Horn Please” sul retro) che viene usato ogni 3 secondi, anche quando si e’ fermi in coda: ormai e’ un’abitudine e non bisogna farci caso quando si sta in macchina per ore, altrimenti si diventa pazzi.
Lo sport preferito mentre si e’ al volante e’ quello di masticare il cosiddetto “paan”: una specie di leggera droga, che deve essere masticata, mischiata alla saliva ed ogni tanto sputata (dal finestrino o aprendo la porta dell’auto in corsa). Lo sputo crea una macchia rossa tipo “campa’ via dai ciuc” (credo che la corretta dizione in piemontese sia un po’ divera, ma rende l’idea) praticamente indelebile, in quanto neanche il monsone riesce a pulire le strade da questo schifo.
Fra qualche anno cosa potra’ capitare se ad oggi nelle ore di punta tutto e’ congestionato, quasi immobile e l’aria e’ gia’ irrespirabile? La domanda iniziano a farsela un po’ di persone, ma non molte, a dire il vero. Il problema qui non e’ sentito, se non in minima parte. Del resto questa cultura del “chissenefrega di cosa succede al di fuori del mio mondo” fa parte della stessa anima dell’India.

Mi fa inkazzare sapere che alla gente non frega nulla del contesto in cui vive: non c’e’ assolutamente un minimo di buon senso: tutti sputano, buttano rifiuti dove capita, non esistono cestini, l’immondizia circonda palazzi e case, che siano topaie o ville lussuose, non c’e’ differenza.
Non c’e’ un minimo senso civico e nessuno si rende conto di questo. Ricchi e poveri, senza distinzione di caste.
I giornali in questi giorni stanno parlando delle conseguenze post-monsone qui a Bombay:
leptospirosi dilagante, colera, epatite, dengue… centinaia di morti; chissa’ qual’e’ la causa di tutto cio? Certamente il tempo inclemente. Nessuno si chiede, o ben poca gente incomincia a farlo, il perche’ del dilagare di queste piaghe, soprattutto nelle zone periferiche della citta’.
Sono veramente inkazzato vedere che la gente benestante, gli uomini di potere, la gente che appartiene alle caste alte della societa’ spesso e volentieri siano arroganti.
Del resto “Il lavoro del Governo e’ il lavoro di Dio”, c’e’ scritto nel Palazzo del Governo di Bangalore. Un Dio che prima o poi punira’ chi di dovere, ma pur sempre i piu’ sfigati.
Del resto qui gli intoccabili, i cosiddetti paria, i poveracci insomma, non hanno l’”energia” indispensabile per condurre una vita dignitosa, cosa che spetta solo alla minoranza privilegiata.
Un certo Governatore, nel discorso alla Nazione del 15 Agosto, Independence Day indiano(ma anche Koreano, come Stefano mi ha insegnato), ha detto che se la crescita economica, 7% su base annua, andra’ avanti di questo passo, fra pochi anni non ci saranno piu’ poveri in India e che la stessa Regione, non ricordo quale, diventera’ un modello per tutto il Paese, anzi di piu’, per tutto il mondo; questo vuol dire fare politica da queste parti: raccontare cazzate, un po’ come succede da noi.
Il fatto che la poverta’ sia sconfitta, potrebbe sembrare un po’ troppo ottimista, ma le possibilita’,comunque, ci sono; bisognerebbe convincere milioni di persone a tronare a lavorare la terra in campagna, invece che vivere di miseria nelle citta’, creare una cultura dello sviluppo sostenibile: gli esempi in giro per il mondo ci sono, non fosse altro che agli Indiani interessa solo il potere economico e a fare soldi.
Il problema pero’ resta uno solo: non ci sono posti di lavoro sufficenti per un miliardo di persone e non ci saranno mai. Aumentara’ il ceto medio, di sicuro, ed i ricchi saranno sempre piu’ ricchi.
Mi fa inkazzare l’indifferenza della gente; del resto è gente abituata a queste vedute, non puoi farti coinvolgere sarebbe troppo difficile vivere, sopravvivere: non esiste coscienza, del resto chi vive e muore sulla strada se lo merita, in un’altra vita ha fatto qualcosa di male. Del resto se sei stato colpevole di qualche misfatto in un’altra vita, è giusto vivere in una capanna di stracci (ed il termine non rende bene l’idea), oppure su di un marciapiede di fronte un elegante edificio, oppure vivere in case ai bordi della strada o costruite su fognature.
Mi fa inkazzare che i giovani indiani (spero non tutti) siano presuntuosi ed arroganti, se ne strafregano della gente, bambini compresi, che vive per strada. Non hanno ancora una coscienza di solidarieta’ ed ho paura che non l’avranno mai da queste parti; siamo ancora lontani da questo tipo di educazione. Questi giovani sono convinti che un giorno, ben presto, domineranno il mondo; intanto pero’ non riescono neanche a capire che per dominare il mondo bisogna prima imparare a conoscerlo.
Secondo me un indiano non resiste troppo lontano da casa, non perche’ la nostalgia lo prende e non lo lascia piu’, ma perche’ dalle nostre parti probabilmente si sente trattato come uno qualunque e questa cosa e’ difficile da accettare:
qui “chi sta bene” ha autisti, domestici, persone sempre a disposizione.
Eppure da queste parti funziona cosi’: tutto e’ esaltato all’ennesima potenza; giocatori di cricket venerati come semidei, attori idolatrati, politici intoccabili, ma nel senso buono del termine: secondo voi, sono pronti o non questi indiani a dominare il mondo? Sicuramente 150 milioni di super ricchi faranno paura, ma di questa cosa devono ancora convincermi.

Eppure non finiro’ mai di sorprendermi di come questo Paese riesca ogni volta a coinvolgermi emotivamente, nel bene e nel male, come avrete notato.
Sembra di vivere in due mondi paralleli:
uno moderno, tecnologico, proiettato verso un vicino futuro che a noi gia’ potrebbe sembrare fantascienza; l’altro che sembra essersi fermatao un secolo o quasi fa: gente che lavora la terra con le mani, donne che portano ceste piene delle piu’ varie cose sulla testa, carretti carichi di ghiaccio che viene spaccato e venduto per conservare i cibi (come si faceva da noi 50 anni fa, credo), mestieri piu’ svariati, molti dei quali da noi sono scomparsi, fatti ai bordi delle strade (barbieri, lucidascarpe, sarti, fabbri, pescivendoli, macellai, …)
Un mondo fatto di palazzi a vetrate, dal design ipermoderno, tutti un po’ grigi a dire il vero, un mondo che vive perennemente nell’aria condizionata, ed un mondo parallelo fatto di colori sgargianti, profumi (e talvolta odori), sorrisi, bambini, tanti bambini, urla, rumori. Due mondi che sembrano non dormire mai: il primo perche’ troppo impegnato a fare soldi, il secondo perche’ troppo impegnato a trovare un modo per poter continuare a vivere.

Non e’finita qui.
c.