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Pakistan, lo zoo di Karachi (… e quello di Lahore)

21 Maggio 2005


Eccomi in Pakistan.

Prima tappa Karachi.
Uscito dall’aeroporto alle 11.00 del mattino, un caldo atroce mi da il suo ben venuto, insieme al Mc Donald’s posizionato proprio di fronte all’aeroporto. Sono in Pakistan o in qualche Stato desertico degli States? Il traffico mi conferma che sono in Pakistan.
E’ domenica e fortunatamente le strade sono deserte o quasi, anche se da queste parti la parola deserto ha un significato un po’ diverso da quello che gli attribuiamo.
Dicevo, Pakistan, Karachi, cuore economico di questo grande Paese in forte crescita; l’ultimo dato dava il PIL (qui si GDP) in crescita di un 8% abbondante, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: probabilmente il motivo è che da queste parti non c’e’ la Pasqua e di conseguenza niente ferie pasquali.
La veduta della città dall’alto è veramente interessante: pochi palazzi, migliaia, decine di migliaia di piccole case, tutte dello stesso color sabbia, un po’ di verde, il mare che costeggia la città e tutto intorno deserto o quasi; il caldo lo si percepisce già attraverso il finestrino dell’aereo.
Arrivo in hotel e decido di passare la giornata in piscina; del resto ho bisogno di prendere la tintarella, però qui il rischio di un ustione è troppo alto, quindi rimando l’appuntamento con il sole nel tardo pomeriggio.
La domenica finisce con un giro in taxi per le strade della città, dopo una cena nella Pizza Hut più affollata del mondo (però un posticino per me lo hanno trovato, nonostante il caos regnante, senza problemi); qui è Domenica e qui, come anche in India, la Domenica si esce tutti in famiglia e si va a cena fuori, soprattutto in locali trendy, come Pizza Hut, appunto.
L’autista del taxi mi fa fare un giro per la città, mi fa vedere una delle spiagge più famose della città, ma che non oso neanche avvicinare, vista la quantità di gente che la affolla; vedo una Pizza Hut dentro un camion, nel senso che il camion è Pizza Hut. Ok, basta parlare di Pizza Hut, altrimenti sembra che io stato pagato da Pizz… (opps!?!) per fare pubblicità occulta.

Subito due cose mi colpiscono di questa città:
1. i bus
1.(bis) i camion
2. gli animali
Vado con ordine.
I bus.
Non credo di aver mai visto in vita mia dei bus paragonabili a quelli di Karachi, neanche qui a Lahore.
La caratteristica è che sono tutti coloratissimi, hanno disegni di ogni genere (assolutamente non indecenti) che farebbero invidia a qualsiasi “artista” di strada, graffitari di ogni genere, decoratori di caschi, di moto (etc.) nostrano. I colori si sprecano, le decorazioni, dorate, argentate, abbondano, pezzi di metallo incastonati nel tetto hanno dei significati ben precisi, ma non chiedetemi quali. E’ impossibile descrivere questi bus urbani, tanto è la ricchezza di immagini dipinte su tutti i lati, ruote e tetto compresi.
Anche gli interni sono decorati, senza badare ad alcun gusto estetico o forse il gusto estetico è proprio dato da questo eccesso di ghirigori. Cosa non c’e’ appiccicato al parabrezza: spesso mi chiedo come l’autista riesca a vedere la strada, ma forse questo è un dettaglio trascurabile, del resto c’e’ sempre il finestrino laterale, ampio e senza vetro per questa funzione.
Sui bus si sale finché c’e’ spazio fisico per contenere le persone, che salgono e scendono al volo; quando lo spazio interno finisce, c’e’ il tetto, spesso affollato di ragazzi, studenti, che stanno seduti o in piedi indistintamente, alla faccia dei rischi del caso. Qui il concetto di rischio è leggermente più allargato rispetto al nostro.
Le donne, con prole al seguito, udite, udite, siedono in un compartimento diviso dal resto del bus, ma posto davanti; ricordate in Iran?

(bis) i camion
I camion seguono un po’ lo stesso criterio dei bus.
Sono coloratissimi, disegni di grandi animali, tigri, aquile, leoni, decorano tutto il decorabile dei camion, persino i cerchioni.
Paesaggi di montagna, luoghi della fantasia, trovano spazio in questi mezzi di trasporto, spesso utilizzati come mezzi di trasporto occasionali da ragazzi che a piedi nudi o con sandali dello spessore di un millimetro ci salgono sopra al volo, con balzi stile acrobati da circo e scendono con la stessa facilità. Dicevo che il concetto di rischio qui è va inteso in senso ampio.

Gli animali.
Karachi è una città con 12 milioni di abitanti, così almeno sembra. Ci sono altrettanti animali, insetti e topi esclusi.
Muli, cavalli, cani randagi, gatti, pecore, capre, mucche, galline, corvi sono i più diffusi. Ma mi è anche capitato di vedere cammelli, una tigre (portata a spalle), scimmie. Mi mancano ancora gli elefanti.
Karachi sembra uno zoo a cielo aperto, oltre che, in alcune zone periferiche, una discarica a cielo aperto. Un po’ perché ci sono così tanti animali liberi che il nostro zoo safari gli fa una pippa, un po’ che spesso le persone sembrano animali, per quanto sporchi luridi sono. Non tutti, badate, ma tanti. Il lavarsi qui è un concetto da intendere nel senso stretto del termine…
Il mezzo di trasporto più utilizzato qui in Pakistan è il muletto; non intendo dire la macchina usata per alzare bancali, ma un vero e proprio piccolo mulo. Ce ne sono a centinaia, utilizzati come animali da traino per trasportare grosse quantità di materiale, di tutti i generi.
Questi poveri muli fanno proprio una vita grama: sguardo basso, camminano, camminano senza sosta, tirano quintali di roba, prendono frustate; “lavorare come un mulo” non potrebbe avere significato più profondo. Chissà se qui in Pakistan si usa questo detto. Non credo, anche perché effettivamente chi lavora di più da queste parti sono proprio i muli.
Con questo non voglio dire che la gente sia pigra, ma si potrebbe fare di più. Per esempio cercare di tenere pulito il proprio metro quadrato di vita quotidiana.

A Karachi c’e’ il palazzo più del Pakistan: saranno almeno dodici piani di grattacielo. Le biellesi torri gemelle sembrano l’Empire State Building a confronto.
La città è in pieno sviluppo, come tutto il Pakistan del resto.
Cambiano i costumi, anche se forse ci sono più donne con il burkha qui che in Iran; molte ragazze però non si coprono il capo, nonostante che il 98% della popolazione sia di fede islamica. Il venerdì qui si lavora, con pause preghiera, per stare al passo con i ritmi occidentali.
Karachi non è una bella città, come ben potete immaginare.

Molto diversa e’ Lahore, 1.200 km più a nord est, ai confini con l’India. Qui la regione del Punjab è condivisa dalle due Nazioni molto poco amiche.
Nonostante che i rapporti tra Pakistan e India siano tuttora abbastanza tesi, è curioso come una cerimonia, che si svolge tutti i giorni e che si tiene nel confine tra i due Stati, accomuni questi due nemici storici.
(nemici: fino al 1947 Pakistan e India erano un’unica nazione, poi il Pakistan, islamico, ha voluto l’indipendenza dal ben più potente vicino, induista, ma non solo)
Alle 17.45 (in estate) inizia la cerimonia dell’ammaina bandiera. Si aprono i cancelli che delimitano il confine. Da una parte i soldati dei rangers pakistani, supportati da un pubblico diviso in due, uomini e donne sono separati, dall’altra i rangers indiani, supportati dal proprio pubblico urlante: sembra di essere in uno stadio; da una parte si gridano incitazioni pro Pakistan, dall’altra parte del confine c’e’ uno speaker che guida la folla in canti e urla pro India. E’ un grande gioco, il tutto è ben studiato a tavolino, ma la gente vive questa cerimonia con grande partecipazione. Gli Indiani sono più numerosi, anche i turisti fanno la loro parte.
Da una parte Lahore, capitale del Punjab pakistano, dall’altra Ahmriztar (dove mi trovavo lo scorso mese di Agosto), capitale del Punjab indiano.
Una cerimonia imperniata su forza, mascolinità e fierezza fa da contorno all’ammaina bandiera, momento in cui le due bandiere, quella indiana e quella pakistana, si incrociano e sembrano fondersi in un unico drappo; è solo un attimo, un saluto, una stretta dei mano e i cancelli tornano a chiudersi. I due Paesi sono ancora divisi.
E’ uno spettacolo interessante, magari più folkloristico che politico. Da qualche parte si deve pur cominciare se si vuole avere un dialogo.

Lahore è una città molto diversa da Karachi; c’e’ molto verde, ci sono molti parchi, anche se il termometro di giorno tocca e supera spesso e volentieri i 35C. La sera, al contrario, si sta bene; una piacevole brezza ed una temperatura di 30C ca. aiuta a stare meglio.
La città è moderna. Non mancano centri commerciali e negozi di lusso, anche se ancora questo genere non abbonda. Si trovano molti brand occidentali, soprattutto nella telefonia mobile, purtroppo però nulla da fare per Lacoste. In compenso mi sono comprato due paia di Levi’s (livais). Chissenefrega direte voi. A me piace condividere, dico io.

Lahore è divisa in parte nuova e vecchia.
La parte nuova è quella dove ci sono i migliori Hotel, ristoranti, è il centro degli affari. Ci sono molti parchi, le strade sono ampie ed i viali alberati.
La parte vecchia è qualcosa che difficilmente riuscirò a descrivere. Ci voglio provare.

Il bazar.
Ce ne sono a decine, vicoli, strade strette, fangose, asfalto, cemento, gente che cammina in ogni dove, macchine, taxi, bus, rickshaw che emettono scarichi che probabilmente un aereo inquina meno, nebbia, ma di fumo, inquinamento, immondizia, bambini che giocano a piedi nudi, sporchi, vestiti di stracci, bambine eleganti nei loro vestitini colorati, vecchi, anziani, donne con braccialetti, catenine d’oro o dorate, colori, tanti colori, anche se il fumo spesso li sbiadisce. Carrozze trainate da cavalli piene di studentesse e studenti che tornano a casa. I vecchi palazzi ricordano un’era, quella del dominio inglese, ormai andata; è incredibile come si possano trovare vere e proprie opere di architettura, destinate allo sfascio. Negozi di libri, vestiti, moto, ruote, gioielli, alimentari, piccoli ristoranti fumosi e impestati da insetti, banchi di frutta e verdura in mezzo al fango ed alla polvere, botteghe artigianali, dentisti, dottori, farmacie, banche, piccoli luoghi di culto, moschee. Non manca nulla, proprio nulla. Anzi, una cosa manca anche da queste parti: la birra!!! In compenso gli assorbenti si trovano.
Ci sono uomini coricati per terra, uomini che dormono sui marciapiedi, uomini che lavorano, fanno massaggi, fumano, si drogano, di non so che tipo di droga; uomini seduti su carri trainati da muli, in piedi su carri trainati da muli, motociclette, ragazzi che giocano a cricket in un campo da gioco dove un gregge di pecore sembra sia appena passato (con conseguenze immaginabili), mucche che bevono da una qualche non definita fonte di acqua, cavalli che mangiano biada, immondizia e quant’altro, capre che mangiano scarti di verdura, cani randagi che si azzuffano, gatti nei pressi dei punti ristoro citati prima: non so se per cacciare topi o mangiare scarti di carne. Mamme con bambini in braccio coi capelli rasati a zero (sarà per i pidocchi? Difficile a dirsi!?!). Un via vai di persone, di gente, di animali che si confondono con uomini, di uomini che si confondono con animali. E’ una società prettamente maschile, le donne raramente camminano sole o gestiscono qualche tipo di attività. Loro fanno acquisti per la vita domestica, allevano i figli e si sposano giovani, con chi? quello non si sa, del resto non sono loro a decidere.
Spesso le ragazze, date in spose molto giovani (20/22 anni), se frequentano l’Università, continuano a vivere nella loro famiglia di origine, la loro vita è in qualche modo decisa dalla famiglia del marito con il quale andranno a vivere solo terminati gli studi.
C’e’ un miscuglio di persone, bastano un paio di ore in mezzo questo melting pot (nulla a che fare con il famoso locale biellese) e ci si rende conto che il nostro mondo è qualcosa che qui non arriverà mai, nonostante che in questi posti non manchino collegamenti internet, impianti satellitari e, credetemi, non so come possano esistere queste tecnologie in posti che sembrano appartenere ad epoche ormai lontane.
Eppure in questo piccolo grande mondo trovi gente ricca, povera, senza dimora; ci sono uffici di aziende che lavorano e fanno trading con tutto il mondo, forniscono o acquistano merce da ogni parte, Italia compresa. Non ho ancora capito come, ma tutto questo sistema, molto simile a quello indiano, regge.
Qui, a differenza che in India, non mi sento totalmente al sicuro, anche se ad essere sincero non ho mai avuto alcun tipo di sentore negativo. La gente spesso ti ignora, anche se, come mi capita da queste parti del mondo, ragazzi, bambini, bambine mi scrutano con i loro occhi che si domandano sempre la stessa cosa: ma questo qui da dove viene?
In mezzo a tutto questo esiste una meravigliosa Moschea che le luci della notte illuminano creando uno straordinario colpo d’occhio. E’ un parco bellissimo, circondato da mura color sabbia che le lampade gialle della notte ne esaltano il colore, tanto che le mura stesse, le torri, il palazzo, la cattedrale sembrano colorarsi di oro, mentre le cupole della Moschea prendono un coloro azzurro turchese, tipico di questi posti, che ricordano da vicino atmosfere da Mille ed una notte.
Da citare un ristorante, appena al di fuori delle mura, nel quale si può degustare un buon barbeque nella terrazza (raggiunta a fatica dopo 4 piani di scale a chiocciole strettissime che sembrava di essere nel campanile di Giotto a Firenze), godendo della vista su questo meraviglioso posto. 8 Euro per una cena in due persone. Da noi non ne basterebbero 80, vista la posizione.
Non manca la food street, strada nella quale esistono decine di ristoranti con tavoli all’aperto, ma dove non ho avuto il coraggio di cenare, viste le condizioni di carne e cibande varie.
Qui in albergo ho incontrato una piccola amica, Amnna; è una ragazzina molto sveglia e molto intelligente. E’ qui con la mamma, la sorella maggiore e le sue piccole nipotine, perché attende di entrare nella casa nuova appena acquistata. E’ una bimba dolcissima, qualche anno fa ha avuto un grave incidente, tutt’ora ne porta i segni, cicatrici sulle braccia, sulle gambe, zoppica un pochino. Non esce mai di casa, non va a scuola, la sua mamma le fa da insegnante e con lei legge il corano. Non ha amici perché mi dice che ogni volta che un suo coetaneo la vede, la prende in giro per le sue cicatrici, questo la rende triste, si mette a piangere, non vuole avere amici. La sua mamma e’ la sua più grande amica.
Ieri sera mi ha letto alcuni versi del corano in arabo, incredibile come i bambini da queste parti imparino a memoria un libro così difficile. La notte prega il suo Dio, la notte perché c’e’ tranquillità, può chiacchierare con il suo Dio senza essere disturbata dal caos del giorno.
Mi vuole spedire qualche cosa di bello della sua bellissima città, Lahore; il suo regalo più bello e’ la grande voglia di vivere.

Lahore vale una visita, e’ una città molto interessante, in continuo movimento e cambiamento. La parte vecchia, però sono sicuro che diventerà sempre più vecchia. In questo mondo le cose funzionano così, le persone da queste parti non hanno modo e neanche voglia di cambiar qualcosa. Va bene così. Tutto va avanti, senza fretta, insciallah, prima o poi si arriva.

  1. beatrix_kiddo
    23 Maggio 2005 a 19:50 | #1

    Ciao Cristiano, sono talmente incasinata in qs periodo da non riuscire a leggere per benino i tuoi resoconti di viaggio: lo sai quanto sia una fan dei tuoi racconti, li giro sempre anche a mio marito, e quindi non mi va di spercarli dedicando alle tue parole solo pochi veloci secondi, per cui il piacere della lettura viene rimandato di qualche giorno, a qualche momento di maggiore calma
    Però almeno il tempo di farlti una saluto l’ho trovato
    Enjoy your travelling and your staying so far away
    Beatrix

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