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Per le strade di Tehran, Iran (Parte IV)

17 Maggio 2005


Quarta parte, sesto giorno in Iran. Venerdì sera.

Atterrato all’aeroporto, dopo 40 minuti di aereo, il mio taxi driver mi aspetta e mi porta in albergo: stesso albergo, stessa camera; anche perché è l’unica del piano “rinnovata” ed utilizzata come test per capire se alla clientela piace:
a. avere un arredamento meno vecchio di 30 anni;
b. avere una televisione con telecomando;
c. avere un normale wc al posto della turca;
d. avere una doccia.
Credo che il test abbia avuto successo, anche perché i lavori di rinnovo sono già iniziati.

Venerdì sera mi aspettano nella hall dell’albergo Azadeh, Samira e, a sorpresa, Yasaman, la sorella minore di Samira.
Destinazione: casa di Azadeh, per una cena iraniana in una casa di Teheran.
Prendiamo il taxi, dopo 25 minuti arriviamo a casa di Azadeh, dove la mamma e la sorellina minore, Setareh, che ride sempre, ci accolgono.
La mamma di Azadeh è una bella signora, veste un abito bianco con fiori stampati, molto bello; per prima cosa ci si toglie le scarpe, qui, come in molti Paesi asiatici si usa così. L’unico problema è che non avevo fatto la doccia e la mia giornata era stata particolarmente intensa… pazienza.
Saliamo al primo piano della casa, il soggiorno è molto bello, tre grandi tappeti decorano il pavimento in moquette, un divano, alcune poltrone, delle bellissime tende arredano il soggiorno in maniera perfetta.
Le ragazze si tolgono le giacche che usano per andare in giro, Azadeh rimane con un foulard a coprirle il capo, anche Setareh ha il capo coperto, mentre Samira e Yasaman non perdono occasione per scoprirsi i capelli. Come ho già detto, due modi diversi di vivere la stessa cultura.
Subito facciamo qualche foto, tanto per rompere un po’ il ghiaccio: la situazione è inusuale; io non sono mai stato ospite in una casa iraniana, loro non hanno mai avuto un ospite italiano.
C’e’ una bella atmosfera, subito arrivano dolci, ho portato una scatola di dolci tipici di Yadz, una specie di torroncini morbidi al pistacchio, chiamati Gaz.
C’e’ un dolce al cocco, dei piccoli pomodorini verdi, un po’ di frutta. Una bevanda fresca al gusto ciliegia. Tutto perfetto.
La mamma di Azadeh sembra quasi sorpresa di vedermi, ma è molto simpatica ed amichevole; Azadeh ha una sua foto in camera dove è ritratta a capo scoperto: io non potrei vedere quella foto, ma non importa. E’ il ritratto in bianco e nero della figlia. Yasaman chiacchiera in inglese, lei studia all’Università, Setareh ride, lei è ancora piccolina, fa la scuola secondaria.
Dopo un’oretta cominciamo la cena, la mamma ha cucinato per tutti, Azadeh dice di averla aiutata, ma non ne sono sicuro… (scherzo).
Iniziamo la cena, mangio tutto, ci sono diverse portate, di cui purtroppo non ricordo il nome: troppo difficile per me ricordare nomi in persiano. Non avanzo nulla e faccio anche il bis: strano per chi mi conosce.
La cena è allegra, l’atmosfera è bellissima, quasi non sembra vivere realmente qualcosa che poche settimane prima sembrava quasi impossibile. La serata finisce, non prima di aver curiosato nella camera di Azadeh ed il PC dal quale lei mi scrive: mi piace vedere il mondo dall’altra parte dello schermo. Azadeh ha una bella cameretta, con un tappeto per terra: lei dorme li, senza nessun letto e materasso; il fratello dorme in soggiorno perché c’e’ la televisione, anche lui a terra. E’ un modo insolito ai miei occhi, ma molto interessante. Mi rimetto le scarpe, ci salutiamo e prendo il taxi per tornare in albergo; peccato non aver conosciuto il padre ed il fratello di Azadeh.
Le immagini di questa serata le porterò con me per molto tempo.

Appuntamento a sabato mattina, ore 8.00 in albergo. Azadeh e Samira, che per l’occasione è rimasta a dormire a casa della cugina, arrivano in albergo, in ritardo: Samira è una dormigliona ed alzarsi alle sette di mattina per lei è stata una cosa inusuale; il tutto solo per me. Per prima cosa andiamo al Bazar.
Il Bazar di Teheran è un po’ la wall street dell’Iran; qui si formano la maggior parte dei prezzi delle merci che sono vendute nel Paese. In pratica si trova ogni cosa: tappeti, certamente, ma non solo. Tutto per la casa, mobili, vestiti, proprio tutto, tranne pannolini e profilattici.
I commercianti del Bazar hanno un grosso potere economico ed anche politico; sono loro che determinano ciò che il mercato vuole e ciò che si deve produrre di conseguenza, soprattutto nel tessile. E’ un mondo fatto di gallerie, piccoli cunicoli, sembra un labirinto e non è affatto difficile perdersi; le strade sono strette ed in mezzo è scavato un canale di scolo che serve per portare via l’acqua utilizzata per lavare le centinaia di piccole botteghe. Ci sono grandi stanze, piccole piazze, qualche moschea e luoghi dedicati alla preghiera. Il tutto animato da un via vai di persone, moto, carrelli, acquirenti, gente di ogni tipo alla ricerca di qualsiasi necessita. Ad un certo punto siamo letteralmente accalappiati da un venditore di tappeti.
Ci porta nel suo piccolo shop. Ha tappeti molto belli, ne apre una trentina, Bukara, Isfahan, Persepolis, antichi, moderni… e’ una bella esperienza, ma alla fine non compro: non ho il tempo di scegliere, non voglio annoiare le mie due compagne di viaggio.
Usciamo dal Bazar, andiamo nel parco dove solitamente Azadeh si allena. Prendiamo la metropolitana. L’ambiente è fresco, abbastanza pulito e ordinato, ma i vagoni sono pieni di gente. Alcune fermate e poi scendiamo. Prendiamo il bus. Io salgo davanti, loro salgono dietro, presto però raggiungo Azadeh e Samira, siamo divisi solo da una sbarra di metallo. Scherziamo sulla cosa, la gente ci guarda un po’ stranita, ma non fa molto caso a noi. Arriviamo al parco. C’è molta gente che cammina, alcuni ragazzi si allenano, altri giocano a basket. E’ un bel posto, la città con tutto il suo traffico sembra lontana, eppure è lì, a due passi.
Azadeh deve andare ad allenarsi, la accompagniamo fino al palazzetto. Una bella e moderna struttura di recente costruzione. Il custode mi fa vedere il campo di atletica perché sono Italiano e mi parla di calcio. Incontro due compagne di allenamento di Azadeh, una delle quali ha gareggiato in una competizione internazionale a Pechino qualche mese prima sui 400 mt. piani. Sono simpatiche, facciamo una foto ed inizia l’allenamento, al quale io non posso naturalmente assistere; Samira ed io aspettiamo fuori.
Azadeh mi spiega che loro si allenano da sole, prendono i tempi, rispettano la tabella data loro dall’allenatore che però non può assolutamente assistere alla seduta di allenamento. La cosa è veramente strana, è molto difficile per loro prepararsi bene in queste condizioni, ma la voglia di arrivare, la passione per questo sport e la grinta permette loro di superare anche questi ostacoli. E’ così, non c’è nulla da fare, bisogna adeguarsi.
Finito l’allenamento, due ore dopo, ci rechiamo alla scuola primaria dove Samira tiene un corso di inglese; noi aspettiamo in un piccolo parco adiacente. Pochi minuti prima della fine delle lezioni tento di entrare in classe, ma non mi lasciano e cortesemente mi chiedono di aspettare nella sala insegnanti dove faccio conoscenza con la direttrice della scuola.
La scuola è molto simile alle nostre scuole elementari, disegni alle pareti, banchi di legno, la cattedra dell’insegnante, foto di classe (tutti in divisa, naturalmente), unica differenza, l’alfabeto.
Le bambine escono e Samira mi presenta le sue piccole allieve: “How are you?” “Where are you from?” mi chiedono in un inglese corretto.
Usciamo dalla scuola, ci rechiamo di nuovo verso il centro della città, mangiamo un gelato artigianale, niente male, ma non certo paragonabile a quello dei giardini di Biella.
Camminiamo, prendiamo un taxi, andiamo dall’altra parte della città a visitare una zona dove ci sono negozi e centri commerciali. Prendiamo un te, è sera, la giornata sta per finire: siamo tutti e tre molto stanchi, ma ancora sorpresi per ciò che ci è capitato, per il nostro incontro. Prendiamo un taxi, accompagniamo a casa Samira, che mi mostra il suo appartamento. La mamma, il fratellino e Yasaman ci aspettano. Entriamo, pochi minuti, non mi fanno togliere le scarpe, i tappeti sono belli, la casa è ben curata, accogliente, facciamo una foto, il poster di Titanic appeso nella stanza di Samira, mi accompagnano in strada e mi salutano. Samira mi stringe la mano, le accarezzo il volto per l’ultima volta. La saluto, ci allontaniamo, ci salutiamo ancora attraverso il finestrino. Ciao bella ragazza dai capelli neri corvino ed occhi splendenti delle luce della felicità.
E’ la volta di Azadeh. Arriviamo vicino casa sua, scendiamo dal taxi, ci scambiamo un paio di parole, siamo stanchi, felici, emozionati, increduli. E’ stato tutto perfetto. Non ci stringiamo la mano, e’ un saluto fatto di sguardi, non serve il contatto fisico. Ciao Azadeh, non dimenticherò mai questi giorni trascorsi con te. Arrivederci. A presto.
Salgo in taxi, i nostri occhi si incrociano ancora una volta, un’ultima volta.
Arrivo in albergo, giusto il tempo di scrivere un po’. Fra un’ora si parte. Il solito driver, ancora sbaglia strada, ma arriviamo nel nuovissimo aeroporto “Imam Kohmeini” dove queste viaggio ha avuto inizio.
A presto Iran, alla prossima volta.
Destinazione Karachi, Pakistan.

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  1. beatrix_kiddo
    19 Maggio 2005 a 12:01 | #1

    Bentornato fra noi!!Proprio due minuti fa ho lamentato la tua scomparsa sul blog di Claudia.
    Appena il mio piccolino me lo permette, mi leggerò per bene i tuoi ultimi post con l’attenzione che meritano
    Ciao e buon soggiorno, come dire…on the road again

  2. Cla
    19 Maggio 2005 a 16:20 | #2

    Bentornatoooooooooooooooooooo!!!
    Finalmente!Ma ti fermi ogni tanto?:)

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