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Iran, tra un tè ed un kebab (Parte II)

17 Maggio 2005


Ecco la seconda parte del mio viaggio di lavoro qui in Iran.

La domenica, tra un cliente e l’altro, mentre dalle nostre parti e’ giorno di festa, qui si lavora: il giorno festivo e’ il Venerdì.
A pranzo ho cominciato ad apprezzare il piatto che mi ha fatto compagnia per tutta la settimana: il kebab; ce ne sono di tutti i tipi, di carne di agnello, di pollo, di vitello, di pesce. Non è, a differenza di quello turco, carne tagliata e messa dentro il pane, ma una specie di spiedino senza stuzzicadenti. Ce ne sono di tutte le misure, si arriva fino al kebab formato famiglia, 50 cm. di carne cotta alla piastra. Per accompagnare questo piatto si usa il riso, riso bianco e riso allo zafferano, molto buono, insieme ad altre cose tipo uno yogurt magro, il naan (un tipo di pane cotto in forno a legna al momento), patate, insalate di vario tipo.
Come immaginerete, anche da queste parti non sono riuscito a perdere chili… anzi!
Come ho già detto, finita la giornata lavorativa e tornato in albergo, incontro Azadeh e Samira: è stato un sogno che si è avverato, semplicemente straordinario.
Usciamo insieme dall’albergo e andiamo, grazie ad un amico/autista di Samira, Vahid, in un parco nella zona nord della città. Anche Vahid si sta impegnando per diventare un campione di rally… sapete cosa voglio dire.
Il parco è molto bello, il clima fresco e piacevole; molti giovani, ragazzi e ragazze che si tengono per mano, e da queste parti non è una cosa così comune, specialmente in luoghi pubblici; camminiamo per un po’, giriamo un film come comparse e ci fermiamo in un coffee shop molto particolare. Tappeti, gingilli, handycrafts e decorazioni dappertutto, sulle pareti, nel soffitto, sulle mensole, sul bancone del “barista”, che barista non è.
La caratteristica del posto è che per sorseggiare un te ci si siede su una specie di panca di 4 mt. quadri, sulla quale c’e’ un tappeto e vari cuscini; ci togliamo le scarpe e ci sediamo tutti e tre insieme. Un’esperienza diversa, anche il tè assume un sapore diverso…
Il te.
Bevanda tradizionale, offerta come consuetudine ad ogni incontro di lavoro, si beve in ogni situazione: colazione, prima e dopo i pasti, alla sera in compagnia; una tazza di te non manca mai. Si beve degustando zollette di zucchero che vanno messe in bocca e ingerite gustando il sapore del te; non ho mai visto e mangiato tante zollette di zucchero come da queste parti.
Chiacchieriamo, finiamo le nostre bevande e torniamo in macchina. Vahid si fa un po’ aspettare, ne approfittiamo per scattare qualche foto, per Samira è tempo di scoprirsi il capo per qualche secondo. Andiamo a cena.
Anche la cena, manco a dirlo a base di kebab, si svolge in un ristorante i cui tavoli sono sostituiti da queste panche con sopra dei tappeti. Al centro della “tavola” si stende una tovaglietta e via via arrivano le diverse portate. Una serata gradevole di tarda primavera, allietata dagli intensi profumi che emanano gli arghilè, fumati dagli avventori. Vahid ne fuma un po’ troppo.
In macchina ho l’occasione, oltre che di sperare di non andare a finire dentro un fosso o mettere sotto un passante, di vedere un po’ Teheran. Città che con i suoi 12 milioni di abitanti è seconda solo ad un’altra di cui non ricordo il nome; palazzi, parchi, strade, giardini, negozi, bazar, coffe shop, ristoranti, fast food e pizzerie non mancano, ce ne sono ad ogni angolo. Qui la vita notturna finisce presto, non esistono discoteche, non si può ballare in pubblico, ma solo in feste private; non ci sono pub, la vendita di alcolici è vietata: niente birra per una settimana!!!
Si va al ristorante, si va con gli amici o con la famiglia in questi bar dove si sorseggia un te e si fuma il narghilè: tutto qui, nulla di simile o quasi al nostro modo di intendere le serate, specialmente i fine settimana. Qui e’ un altro mondo. Si fanno feste private a casa, si sta in famiglia e con gli amici e magari si va a fare una passeggiata.
La città e’ piena di murales che ricordano i doveri del cittadino, dello stato, della religione. Ci sono immense gigantografie di Komheini e di Kahmenei dappertutto, con frasi in farsi (persiano) di cui ignoro il significato: l’unica cosa che riesco a capire sono i numeri, naturalmente scritti in persiano.
“Obedience to Kahmenei is the obedience to Iman (Kohmeini)” è una delle poche frasi scritte in inglese: fa impressione vedere come queste gigantografie tappezzino hotel, palazzi, strade di tutte le città dell’Iran, o di almeno di quelle che ho visitato io in questi giorni.
La giornata finisce e ritorno in albergo.
I 5 canali della TV mi aiutano a prendere sonno, dopo quasi 36 ore passate senza dormire, tra differenti emozioni e stati d’animo.
Aver incontrato Azadeh e Samira mi sembra solo un bellissimo sogno, invece è tutto vero.
Lunedì mattina sveglia alle 7 e di nuovo si riparte; il nostro autista non arriva in albergo all’ora prefissata, probabilmente è rimasto addormentato, ma poco importa.
La giornata prosegue normalmente, non fa troppo caldo ed il clima aiuta. Pranzo a base di Kebab, con tanto di bandiera italiana nel tavolo e di nuovo al lavoro, sino alla sera. Nulla di particolare da segnalare, se non che purtroppo non riesco a cenare con le mie amiche, ma mi devo sorbire un paio di ore di colloquio in farsi tra il mio agente ed un cliente prima di andare a cena in una specie di Mc Donald’s iraniano dove mangio una pizza tipo pizza hut. Comunque, nonostante tutto, niente male.
Dopo ben 4 ore di sonno, ci alziamo e ci rechiamo in aeroporto, dove abbiamo il volo alle 6 del mattino per Yadz, città dal sud dell’Iran. Nonostante mi sia svegliato alle 4, rischiamo di perdere l’aereo, ma per fortuna, tra uno slalom speciale in auto, uno spintone al security check dell’aeroporto, riusciamo finalmente, con ben 15 minuti di anticipo sull’orario di partenza, a passare il check in. Tiro un sospiro di sollievo, anche perché mi sarei inkazzato perdere l’aereo dopo una levataccia del genere.

Un’ora di volo passata a dormire ed eccomi a Yazd, città in mezzo al deserto che si dice essere una delle più antiche del mondo. L’albergo è molto bello, stile “oasi”, con un coffe shop all’aperto popolato la sera da gente del posto.
Yazd è la città delle case con delle specie di torri che anticamente venivano usate come mezzo per condizionare l’aria e raffreddare l’acqua per le caldissime giornate estive.
Più o meno il funzionamento e’ questo.
Di notte l’aria entra dalle finestre poste in cima a queste torri (di notte qui e’ abbastanza ventilato e le serate, come in tutti i deserti sono fresche) e scende fino a raffreddare l’acqua contenuta in una specie di piscina posta al centro della casa. L’acqua così raffreddata può essere utilizzata in diversi modi. Una serie di cunicoli, inoltre, fanno passare l’aria, raffreddatasi grazie anche all’acqua, nelle varie stanze, alimentando una corrente d’aria che simula una rudimentale aria condizionata. Mi manca un po’ il bagaglio tecnico, ma le cose funzionano più o meno così.
Qui a Yazd la popolazione e’ molto più tradizionalista, infatti la maggior parte delle donne e ragazze, a differenza di Teheran, vestono il chador.
Purtroppo però non ho il tempo per visitare nulla, solo appuntamenti, estenuanti conversazioni in farsi e cena in un ristorante, a base di Kebab.
Nulla di particolare da segnalare, se non il guinnes dei primati per il più clamoroso ritardo ad un appuntamento: ore 13.00 orario fissato, il cliente ci telefona alle 11.00 di sera, durante la cena, che ci aspetta in albergo. All’una di notte o quasi mando a c***** il cliente, anche perché mi ha solo fatto perdere tempo.
Mercoledì alle 5 del mattino si parte per Isfahan, 350 Km di strada, tra deserti, villaggi isolati e coffe shop in mezzo al nulla. Il viaggio e’ piacevole, nonostante i sedili foderati in nylon, che però ho fatto accuratamente ricoprire, vista l’assenza di aria condizionata in auto.
Dormo per i tre quarti del viaggio ed arriviamo a Isfahan, anzi a Najad Bad, 25 Km da Isfahan, alle 9 e 30, quattro ore e mezza più tardi.

Fine della seconda Parte.

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