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… quella canaglia dell’Iran (Parte III)

17 Maggio 2005


Ecco la tanto sospirata (?!?) terza parte… aspettando la quarta.

Mercoledì.
Arrivati a Isfahan, tempo di un tè con biscotti locali, un po’ di pistacchi e qualche arachide, e via per una nuova giornata di lavoro, la quarta in quattro giorni: e poi dite che non faccio nulla!!!
Il caldo è sopportabile, le conversazioni in persiano un po’ meno.
Di giorno nulla di particolarmente eccitante, se non un pranzo in un fast food iraniano, dove fast è stato il modo in cui ho mangiato il panino, ma tutto il resto è stato abbastanza slow.
La sera arriva e le luci di questa bellissima città, famosa per i suoi ponti e per la moschea blu, si accendono e brillano illuminando una bella serata di primavera.
La prima impressione della città di notte è subito straordinaria. I ponti storici sono illuminati e la veduta non è niente male; le caratteristiche di questi ponti sono molteplici.
Alte mura, intervallate da archi stile persiano, proteggono i passanti. Si può anche attraversare il ponte passando al di là delle mura, dove una serie di archi ne determina un passaggio di straordinario effetto, proprio sul bordo, senza nessuna ringhiera di protezione.
Di notte sono illuminati e migliaia di persone li attraversano, chiacchierando, correndo, scattando fotografie. Ci sono parecchi turisti, alcuni occidentali e probabilmente anche qualche locale venuto per il weekend. L’età’ media del turista medio è abbastanza elevata; è raro trovare giovani che visitano queste zone, un po’ per l’assoluto obbligo di sottostare a determinate regole (no calzoncini corti, anche con 40C, obbligo di coprirsi il capo e le braccia per le donne, mancanza di alcolici, nessuna possibilità di trombare con ragazze locali), un po’ forse per la poca conoscenza che si ha di questa straordinaria terra.
Del resto, che ci si va a fare in Iran, quando abbiamo posti ben più rinomati come Sharm?
Caratteristica peculiare di questi antichi ponti è il fatto che al di sotto, proprio al livello dell’acqua o poco più su, si trovano dei coffe shop, dove si può gustare un buon tè, fare quattro chiacchiere, fumandosi, come in quasi tutti i locali notturni, un buon narghilè dal sapore esotico.
Il tè viene preparato in pentole di grosse dimensioni e viene servito a litri in piccoli bicchieri, tipo quelli usati da noi per una vodka. Sorseggiando un buon te, chiacchierando del più e del meno, facendo amicizia con i locali che in continuazione mi chiedono da dove vengo e dopo aver saputo che sono italiano iniziano a dire AC Milan, Juventus, Baggio, Mancini e Totti (da notare la mancata citazione dell’Inter Milan, squadra praticamente ormai sconosciuta anche agli italiani), ma non, sorpresa, sorpresa, pasta, pizza, mafia: forse perché qui la pasta non c’e’ o quasi, forse perché la pizza credono sia stata inventata sul mar Caspio, forse perché di mafia… di questo “forse” non ho nessuna idea.
Il fiume scorre e non si ferma mai, se non per la grande siccità che ha colpito questa zona del Paese tre anni fa, quando praticamente di acqua non ne era rimasta.
La vista del ponte, del fiume che scorre, delle fontane illuminate è semplicemente affascinante.
Dopo cena, a base di kebab, manco a dirlo, e dopo il te notturno, ritorno al Julfa Hotel, nel quartiere armeno della città, dove la ragazza della reception, Marjan, apprendo ha un amico italiano, Antonio. Tanto per fare quattro chiacchiere e quasi rimorchiarla per la sera successiva.
La televisione in camera offre ben 8 canali, di cui 4 ripetuti due volte, tutti rigorosamente in lingua locale. Meglio quindi leggere la guida Lonely Planet sull’Iran.
E’ arriva Giovedì, il nostro sabato.
Un paio di appuntamenti mancati ed è già pomeriggio, quando le aziende chiudono e tutti vanno a dormire. Il mio agente mi accompagna a fare un giro per la città. Che palle, perché a me piace girare da solo e non voglio nessuno che mi prenda il fiato quando visito un posto… comunque è stato gentile.
Ebbene si, gli Iraniani sono un popolo di persone molto gentili. Non è che posso generalizzare, anche perché pochi giorni non sono sufficienti a conoscere a fondo un’intera cultura; alcune cose però si capiscono subito, ed in questo caso sono sicuro di non sbagliarmi.
Del resto si capisce subito che i koreani sono quello che sono, bastano due minuti… e tutt’ora, dopo molte settimane passate da quelle parti ne ho la conferma. (Ma questa è un’altra storia).
La gente è sempre disponibile ad aiutarti, nessuno ti guarda storto, anzi magari ti osservano timidamente, del resto uno rosso non lo vedono così spesso. Anche le ragazze mi sorridono, le ragazze koreane no! I bambini sembrano chiedersi da quale pianeta sia venuto.
Insomma, le sensazioni sono positive e l’atmosfera è sempre amichevole. Certamente posso dire che la gente qui è onesta, tranquilla e non ha nessuna intenzione di bombardare qualche città occidentale o far crollare qualche altra torre. Purtroppo è difficile conoscere questa popolo, che vive in un Paese comunque, nonostante tutto, abbastanza chiuso verso l’Occidente. Di acqua sotto i ponti, nonostante la siccità, ne è passata da quando il Mullah di Teheran ha definito la musica moderna ispirata dal diavolo. I ragazzi ascoltano le stesse canzoni che si sentono dalle nostri parti, magari un po’ in ritardo, ma non fa molta differenza. La musica si scarica da internet anche da queste parti, si chatta, ci sono ovunque internet shop, si cerca di comunicare con il mondo esterno.
Boccelli e Eros Ramazzotti sono conosciuti anche dai giovani di queste parti, un po’ come attori del calibro di Lando Buzzanca e Marcello Mastroianni erano ammirati dai loro genitori.
Probabilmente nessuno mai andrà mai a vedere un concerto degli U2 al prezzo di 100 Euro o Vasco a San Siro (e qui non sanno cosa si perdono), ma si vive comunque, con un sorriso, un passeggiata, un po’ di shopping e stando in famiglia o con gli amici a casa, cantando, ballando e con la voglia di stare insieme.
E’ un popolo diverso, ma proprio perché così diverso per cultura, religione e modi di vivere, non è molto lontano da noi.
Del resto la civiltà è nata da queste parti; non è un caso che 26 anni fa qualcuno abbia deciso che era meglio fare qualcosa per frenare la rivoluzione vera e propria di questo Paese, in forte crescita e sviluppo economico, inventandosene un’altra le cui conseguenze sono ancora tutt’oggi visibili.
La piazza Iman Kohmeini è qualcosa di assolutamente unico, immensa, interamente circondata da mura, con al centro fontane che la sera vengono accese ed illuminate; purtroppo mi sono perso questo spettacolo. La moschea blu è forse la moschea più grande al mondo dopo La Mecca; dentro è magnifica, imponente nelle sue diverse sfumature di azzurro. I giardini sono ben curati, i luoghi di preghiera si possono calpestare solo senza vestire scarpe; mosaici, volte, cupole, archi, uno spettacolo unico nel suo genere.
Tutto intorno alla piazza, c’e’ una galleria nella quale ci sono negozi di manufatti artigianali, piccole botteghe per la lavorazione del rame, negozi di tappeti, dove si può sostare, sorseggiare un tè mentre il venditore presenta la sua collezione unica.
C’e’ tutto e si trova tutto. Gruppi di ragazze affollano i banchi delle scarpe e delle borse, studenti chiacchierano seduti sul verde che circonda la piazza. Ogni angolo ha una storia da raccontare, ogni passo ha qualcosa da descrivere. Lascio la piazza con un pizzico di nostalgia, ma anche un po’ di stanchezza dovuta al gran caldo pomeridiano.
Ritorno in albergo. E’ giovedì sera. La gente affolla le strade, i giovani si ritrovano nei bar, nelle pizzerie, nei ristoranti, nei centri commerciali. E’ un continuo via vai di persone. Il sabato sera è iniziato e da queste parti non dura fino alle 6 del mattino seguente.
Io passo la serata in camera, sono le 22 e sono anche stanco. La ragazza della reception stasera è impegnata. In pratica mi ha dato buca.
Accendo la televisione e su uno dei quattro canali iraniani c’e’ un gioco, un misto tra i nostri “giochi senza frontiere” e “la bustarella” (di Ettore Andenna, per chi se la ricorda). Il pubblico è diviso tra uomini e donne, ma non perché il programma è la copia di qualche stupido programma di Bonolis, qui si usa così: non ci si mischia nella occasioni pubbliche.
Le squadre che gareggiano l’una contro l’altra sono composte da uomini e donne, il presentatore sembra Fabrizio Frizzi dei tempi migliori. E’ bello così. Mezz’ora e poi spengo la televisione. Gli altri canali: filmone doppiato in farsi, partita di calcio, programma di approfondimento politico. E’ notte, mi addormento, l’indomani qui è festa. Il giorno della preghiera, venerdì.
La mattina vorrei andare da solo a vedere qualche tappeto, ma non ne ho voglia.
Mi alzo pigramente e vado a fare colazione dalle parti del ponte; i negozi, i coffee shop sono quasi tutti chiusi. Mi accontento del café sotto al ponte, dove faccio la conoscenza di un paio di turchi/iraniani, i quali credo tentino di dirmi che il Milan giocherà a Istanbul la finale di Champions League, ma questa è una mia personale interpretazione.
Bevo circa un litro di te e mangio una decina di zollette di zucchero. Mi alzo e faccio un giro per il parco che costeggia il fiume.
Cigni tipo pedalò navigano il fiume, famiglie si ritrovano a fare il pic nic sui giardini, gruppi di ragazze passeggiano, uomini in ghingheri si fanno fotografare con il ponte sullo sfondo, bambini giocano. Qui è il giorno della festa. Il traffico è meno caotico, tutto sembra rallentato.
Vedo un gruppo di ragazze, sono certamente in gita scolastica, mi avvicino loro, cerco di fotografarle, ma mi vedono e si coprono. Allora chiedo loro il permesso, ancora cercano di coprirsi o non fari riprendere; le loro insegnanti mi chiamano, dico loro che mi piacerebbe fare una foto. Non c’e’ nessun problema, dicono alle ragazze di sedersi e insieme si fanno fotografare. Anche io mi concedo al loro obiettivo… spero di non averlo rotto.
Facciamo un po’ di amicizia, mi chiedono da dove vengo e chiedo loro se abitano qui a Isfahan. Sono in gita scolastica, anche qui evidentemente esistono le gite di istruzione e probabilmente sono istruttive davvero. Vestono tutte di colori chiari, sorridono, sono timide, ma niente affatto scocciate, anzi, si divertono anche loro. Del resto fare la conoscenza di un bel (?!?) ragazzo italiano non è cosa di tutti i giorni.
Più in là c’e’ un gruppo di ragazze più “vecchie”, vestono tutte di nero; anche loro vogliono essere fotografate, mi chiamano. Mi chiedono da dove vengo ed improvviso una mappa virtuale con le mani. L’Italia non è poi così lontana. Un paio di foto, qualche scambio di sorrisi e me ne vado. Devo tornare in albergo.
Prendo un taxi con altre persone dentro, qui si usa così: dovrebbe essere più economico condividere un taxi. In ogni modo è interessante.
Torno in albergo. Pranzo. L’aereo mi aspetta. Torno a Teheran.

Fine Terza Parte.

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