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Archivio Maggio 2005

Hello, salaam, Khubi?

29 Maggio 2005 4 commenti


Samira an Azadeh, my friends living in Tehran.

Saturday, 14th May 2005

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Spots of Pakistan.

29 Maggio 2005 Commenti chiusi


From up left clockwise:
1. School Bus in Faisalabad
2. Riding a mule (Karachi)
3. Better than a cab
4. Me after dinner in Cocoo’s (Lahore)
5. (center) Mosque in Lahore
6. Castle view (Lahore)
7. Bus window
8. Pakistan and India gates (at the border between Pakistan and India)
9. Pakistan and India flags (at the border between Pakistan and India)

Third week of May 2005

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Dinner at Azadeh’s home. Tehran, Iran

29 Maggio 2005 1 commento


Photos taken in Metro and Bazar of Tehran. Dinner with Azadeh, Samira, Setareh and Yosaman.

Friday, 13th May 2005

Sunday evening at the park. Tehran, Iran

29 Maggio 2005 Commenti chiusi


Azadeh, Samira and Cristiano.

Sunday, 8th of May 2005

Categorie:On the road Tag: , , , ,

Pakistan, lo zoo di Karachi (… e quello di Lahore)

21 Maggio 2005 1 commento


Eccomi in Pakistan.

Prima tappa Karachi.
Uscito dall’aeroporto alle 11.00 del mattino, un caldo atroce mi da il suo ben venuto, insieme al Mc Donald’s posizionato proprio di fronte all’aeroporto. Sono in Pakistan o in qualche Stato desertico degli States? Il traffico mi conferma che sono in Pakistan.
E’ domenica e fortunatamente le strade sono deserte o quasi, anche se da queste parti la parola deserto ha un significato un po’ diverso da quello che gli attribuiamo.
Dicevo, Pakistan, Karachi, cuore economico di questo grande Paese in forte crescita; l’ultimo dato dava il PIL (qui si GDP) in crescita di un 8% abbondante, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: probabilmente il motivo è che da queste parti non c’e’ la Pasqua e di conseguenza niente ferie pasquali.
La veduta della città dall’alto è veramente interessante: pochi palazzi, migliaia, decine di migliaia di piccole case, tutte dello stesso color sabbia, un po’ di verde, il mare che costeggia la città e tutto intorno deserto o quasi; il caldo lo si percepisce già attraverso il finestrino dell’aereo.
Arrivo in hotel e decido di passare la giornata in piscina; del resto ho bisogno di prendere la tintarella, però qui il rischio di un ustione è troppo alto, quindi rimando l’appuntamento con il sole nel tardo pomeriggio.
La domenica finisce con un giro in taxi per le strade della città, dopo una cena nella Pizza Hut più affollata del mondo (però un posticino per me lo hanno trovato, nonostante il caos regnante, senza problemi); qui è Domenica e qui, come anche in India, la Domenica si esce tutti in famiglia e si va a cena fuori, soprattutto in locali trendy, come Pizza Hut, appunto.
L’autista del taxi mi fa fare un giro per la città, mi fa vedere una delle spiagge più famose della città, ma che non oso neanche avvicinare, vista la quantità di gente che la affolla; vedo una Pizza Hut dentro un camion, nel senso che il camion è Pizza Hut. Ok, basta parlare di Pizza Hut, altrimenti sembra che io stato pagato da Pizz… (opps!?!) per fare pubblicità occulta.

Subito due cose mi colpiscono di questa città:
1. i bus
1.(bis) i camion
2. gli animali
Vado con ordine.
I bus.
Non credo di aver mai visto in vita mia dei bus paragonabili a quelli di Karachi, neanche qui a Lahore.
La caratteristica è che sono tutti coloratissimi, hanno disegni di ogni genere (assolutamente non indecenti) che farebbero invidia a qualsiasi “artista” di strada, graffitari di ogni genere, decoratori di caschi, di moto (etc.) nostrano. I colori si sprecano, le decorazioni, dorate, argentate, abbondano, pezzi di metallo incastonati nel tetto hanno dei significati ben precisi, ma non chiedetemi quali. E’ impossibile descrivere questi bus urbani, tanto è la ricchezza di immagini dipinte su tutti i lati, ruote e tetto compresi.
Anche gli interni sono decorati, senza badare ad alcun gusto estetico o forse il gusto estetico è proprio dato da questo eccesso di ghirigori. Cosa non c’e’ appiccicato al parabrezza: spesso mi chiedo come l’autista riesca a vedere la strada, ma forse questo è un dettaglio trascurabile, del resto c’e’ sempre il finestrino laterale, ampio e senza vetro per questa funzione.
Sui bus si sale finché c’e’ spazio fisico per contenere le persone, che salgono e scendono al volo; quando lo spazio interno finisce, c’e’ il tetto, spesso affollato di ragazzi, studenti, che stanno seduti o in piedi indistintamente, alla faccia dei rischi del caso. Qui il concetto di rischio è leggermente più allargato rispetto al nostro.
Le donne, con prole al seguito, udite, udite, siedono in un compartimento diviso dal resto del bus, ma posto davanti; ricordate in Iran?

(bis) i camion
I camion seguono un po’ lo stesso criterio dei bus.
Sono coloratissimi, disegni di grandi animali, tigri, aquile, leoni, decorano tutto il decorabile dei camion, persino i cerchioni.
Paesaggi di montagna, luoghi della fantasia, trovano spazio in questi mezzi di trasporto, spesso utilizzati come mezzi di trasporto occasionali da ragazzi che a piedi nudi o con sandali dello spessore di un millimetro ci salgono sopra al volo, con balzi stile acrobati da circo e scendono con la stessa facilità. Dicevo che il concetto di rischio qui è va inteso in senso ampio.

Gli animali.
Karachi è una città con 12 milioni di abitanti, così almeno sembra. Ci sono altrettanti animali, insetti e topi esclusi.
Muli, cavalli, cani randagi, gatti, pecore, capre, mucche, galline, corvi sono i più diffusi. Ma mi è anche capitato di vedere cammelli, una tigre (portata a spalle), scimmie. Mi mancano ancora gli elefanti.
Karachi sembra uno zoo a cielo aperto, oltre che, in alcune zone periferiche, una discarica a cielo aperto. Un po’ perché ci sono così tanti animali liberi che il nostro zoo safari gli fa una pippa, un po’ che spesso le persone sembrano animali, per quanto sporchi luridi sono. Non tutti, badate, ma tanti. Il lavarsi qui è un concetto da intendere nel senso stretto del termine…
Il mezzo di trasporto più utilizzato qui in Pakistan è il muletto; non intendo dire la macchina usata per alzare bancali, ma un vero e proprio piccolo mulo. Ce ne sono a centinaia, utilizzati come animali da traino per trasportare grosse quantità di materiale, di tutti i generi.
Questi poveri muli fanno proprio una vita grama: sguardo basso, camminano, camminano senza sosta, tirano quintali di roba, prendono frustate; “lavorare come un mulo” non potrebbe avere significato più profondo. Chissà se qui in Pakistan si usa questo detto. Non credo, anche perché effettivamente chi lavora di più da queste parti sono proprio i muli.
Con questo non voglio dire che la gente sia pigra, ma si potrebbe fare di più. Per esempio cercare di tenere pulito il proprio metro quadrato di vita quotidiana.

A Karachi c’e’ il palazzo più del Pakistan: saranno almeno dodici piani di grattacielo. Le biellesi torri gemelle sembrano l’Empire State Building a confronto.
La città è in pieno sviluppo, come tutto il Pakistan del resto.
Cambiano i costumi, anche se forse ci sono più donne con il burkha qui che in Iran; molte ragazze però non si coprono il capo, nonostante che il 98% della popolazione sia di fede islamica. Il venerdì qui si lavora, con pause preghiera, per stare al passo con i ritmi occidentali.
Karachi non è una bella città, come ben potete immaginare.

Molto diversa e’ Lahore, 1.200 km più a nord est, ai confini con l’India. Qui la regione del Punjab è condivisa dalle due Nazioni molto poco amiche.
Nonostante che i rapporti tra Pakistan e India siano tuttora abbastanza tesi, è curioso come una cerimonia, che si svolge tutti i giorni e che si tiene nel confine tra i due Stati, accomuni questi due nemici storici.
(nemici: fino al 1947 Pakistan e India erano un’unica nazione, poi il Pakistan, islamico, ha voluto l’indipendenza dal ben più potente vicino, induista, ma non solo)
Alle 17.45 (in estate) inizia la cerimonia dell’ammaina bandiera. Si aprono i cancelli che delimitano il confine. Da una parte i soldati dei rangers pakistani, supportati da un pubblico diviso in due, uomini e donne sono separati, dall’altra i rangers indiani, supportati dal proprio pubblico urlante: sembra di essere in uno stadio; da una parte si gridano incitazioni pro Pakistan, dall’altra parte del confine c’e’ uno speaker che guida la folla in canti e urla pro India. E’ un grande gioco, il tutto è ben studiato a tavolino, ma la gente vive questa cerimonia con grande partecipazione. Gli Indiani sono più numerosi, anche i turisti fanno la loro parte.
Da una parte Lahore, capitale del Punjab pakistano, dall’altra Ahmriztar (dove mi trovavo lo scorso mese di Agosto), capitale del Punjab indiano.
Una cerimonia imperniata su forza, mascolinità e fierezza fa da contorno all’ammaina bandiera, momento in cui le due bandiere, quella indiana e quella pakistana, si incrociano e sembrano fondersi in un unico drappo; è solo un attimo, un saluto, una stretta dei mano e i cancelli tornano a chiudersi. I due Paesi sono ancora divisi.
E’ uno spettacolo interessante, magari più folkloristico che politico. Da qualche parte si deve pur cominciare se si vuole avere un dialogo.

Lahore è una città molto diversa da Karachi; c’e’ molto verde, ci sono molti parchi, anche se il termometro di giorno tocca e supera spesso e volentieri i 35C. La sera, al contrario, si sta bene; una piacevole brezza ed una temperatura di 30C ca. aiuta a stare meglio.
La città è moderna. Non mancano centri commerciali e negozi di lusso, anche se ancora questo genere non abbonda. Si trovano molti brand occidentali, soprattutto nella telefonia mobile, purtroppo però nulla da fare per Lacoste. In compenso mi sono comprato due paia di Levi’s (livais). Chissenefrega direte voi. A me piace condividere, dico io.

Lahore è divisa in parte nuova e vecchia.
La parte nuova è quella dove ci sono i migliori Hotel, ristoranti, è il centro degli affari. Ci sono molti parchi, le strade sono ampie ed i viali alberati.
La parte vecchia è qualcosa che difficilmente riuscirò a descrivere. Ci voglio provare.

Il bazar.
Ce ne sono a decine, vicoli, strade strette, fangose, asfalto, cemento, gente che cammina in ogni dove, macchine, taxi, bus, rickshaw che emettono scarichi che probabilmente un aereo inquina meno, nebbia, ma di fumo, inquinamento, immondizia, bambini che giocano a piedi nudi, sporchi, vestiti di stracci, bambine eleganti nei loro vestitini colorati, vecchi, anziani, donne con braccialetti, catenine d’oro o dorate, colori, tanti colori, anche se il fumo spesso li sbiadisce. Carrozze trainate da cavalli piene di studentesse e studenti che tornano a casa. I vecchi palazzi ricordano un’era, quella del dominio inglese, ormai andata; è incredibile come si possano trovare vere e proprie opere di architettura, destinate allo sfascio. Negozi di libri, vestiti, moto, ruote, gioielli, alimentari, piccoli ristoranti fumosi e impestati da insetti, banchi di frutta e verdura in mezzo al fango ed alla polvere, botteghe artigianali, dentisti, dottori, farmacie, banche, piccoli luoghi di culto, moschee. Non manca nulla, proprio nulla. Anzi, una cosa manca anche da queste parti: la birra!!! In compenso gli assorbenti si trovano.
Ci sono uomini coricati per terra, uomini che dormono sui marciapiedi, uomini che lavorano, fanno massaggi, fumano, si drogano, di non so che tipo di droga; uomini seduti su carri trainati da muli, in piedi su carri trainati da muli, motociclette, ragazzi che giocano a cricket in un campo da gioco dove un gregge di pecore sembra sia appena passato (con conseguenze immaginabili), mucche che bevono da una qualche non definita fonte di acqua, cavalli che mangiano biada, immondizia e quant’altro, capre che mangiano scarti di verdura, cani randagi che si azzuffano, gatti nei pressi dei punti ristoro citati prima: non so se per cacciare topi o mangiare scarti di carne. Mamme con bambini in braccio coi capelli rasati a zero (sarà per i pidocchi? Difficile a dirsi!?!). Un via vai di persone, di gente, di animali che si confondono con uomini, di uomini che si confondono con animali. E’ una società prettamente maschile, le donne raramente camminano sole o gestiscono qualche tipo di attività. Loro fanno acquisti per la vita domestica, allevano i figli e si sposano giovani, con chi? quello non si sa, del resto non sono loro a decidere.
Spesso le ragazze, date in spose molto giovani (20/22 anni), se frequentano l’Università, continuano a vivere nella loro famiglia di origine, la loro vita è in qualche modo decisa dalla famiglia del marito con il quale andranno a vivere solo terminati gli studi.
C’e’ un miscuglio di persone, bastano un paio di ore in mezzo questo melting pot (nulla a che fare con il famoso locale biellese) e ci si rende conto che il nostro mondo è qualcosa che qui non arriverà mai, nonostante che in questi posti non manchino collegamenti internet, impianti satellitari e, credetemi, non so come possano esistere queste tecnologie in posti che sembrano appartenere ad epoche ormai lontane.
Eppure in questo piccolo grande mondo trovi gente ricca, povera, senza dimora; ci sono uffici di aziende che lavorano e fanno trading con tutto il mondo, forniscono o acquistano merce da ogni parte, Italia compresa. Non ho ancora capito come, ma tutto questo sistema, molto simile a quello indiano, regge.
Qui, a differenza che in India, non mi sento totalmente al sicuro, anche se ad essere sincero non ho mai avuto alcun tipo di sentore negativo. La gente spesso ti ignora, anche se, come mi capita da queste parti del mondo, ragazzi, bambini, bambine mi scrutano con i loro occhi che si domandano sempre la stessa cosa: ma questo qui da dove viene?
In mezzo a tutto questo esiste una meravigliosa Moschea che le luci della notte illuminano creando uno straordinario colpo d’occhio. E’ un parco bellissimo, circondato da mura color sabbia che le lampade gialle della notte ne esaltano il colore, tanto che le mura stesse, le torri, il palazzo, la cattedrale sembrano colorarsi di oro, mentre le cupole della Moschea prendono un coloro azzurro turchese, tipico di questi posti, che ricordano da vicino atmosfere da Mille ed una notte.
Da citare un ristorante, appena al di fuori delle mura, nel quale si può degustare un buon barbeque nella terrazza (raggiunta a fatica dopo 4 piani di scale a chiocciole strettissime che sembrava di essere nel campanile di Giotto a Firenze), godendo della vista su questo meraviglioso posto. 8 Euro per una cena in due persone. Da noi non ne basterebbero 80, vista la posizione.
Non manca la food street, strada nella quale esistono decine di ristoranti con tavoli all’aperto, ma dove non ho avuto il coraggio di cenare, viste le condizioni di carne e cibande varie.
Qui in albergo ho incontrato una piccola amica, Amnna; è una ragazzina molto sveglia e molto intelligente. E’ qui con la mamma, la sorella maggiore e le sue piccole nipotine, perché attende di entrare nella casa nuova appena acquistata. E’ una bimba dolcissima, qualche anno fa ha avuto un grave incidente, tutt’ora ne porta i segni, cicatrici sulle braccia, sulle gambe, zoppica un pochino. Non esce mai di casa, non va a scuola, la sua mamma le fa da insegnante e con lei legge il corano. Non ha amici perché mi dice che ogni volta che un suo coetaneo la vede, la prende in giro per le sue cicatrici, questo la rende triste, si mette a piangere, non vuole avere amici. La sua mamma e’ la sua più grande amica.
Ieri sera mi ha letto alcuni versi del corano in arabo, incredibile come i bambini da queste parti imparino a memoria un libro così difficile. La notte prega il suo Dio, la notte perché c’e’ tranquillità, può chiacchierare con il suo Dio senza essere disturbata dal caos del giorno.
Mi vuole spedire qualche cosa di bello della sua bellissima città, Lahore; il suo regalo più bello e’ la grande voglia di vivere.

Lahore vale una visita, e’ una città molto interessante, in continuo movimento e cambiamento. La parte vecchia, però sono sicuro che diventerà sempre più vecchia. In questo mondo le cose funzionano così, le persone da queste parti non hanno modo e neanche voglia di cambiar qualcosa. Va bene così. Tutto va avanti, senza fretta, insciallah, prima o poi si arriva.

Per le strade di Tehran, Iran (Parte IV)

17 Maggio 2005 2 commenti


Quarta parte, sesto giorno in Iran. Venerdì sera.

Atterrato all’aeroporto, dopo 40 minuti di aereo, il mio taxi driver mi aspetta e mi porta in albergo: stesso albergo, stessa camera; anche perché è l’unica del piano “rinnovata” ed utilizzata come test per capire se alla clientela piace:
a. avere un arredamento meno vecchio di 30 anni;
b. avere una televisione con telecomando;
c. avere un normale wc al posto della turca;
d. avere una doccia.
Credo che il test abbia avuto successo, anche perché i lavori di rinnovo sono già iniziati.

Venerdì sera mi aspettano nella hall dell’albergo Azadeh, Samira e, a sorpresa, Yasaman, la sorella minore di Samira.
Destinazione: casa di Azadeh, per una cena iraniana in una casa di Teheran.
Prendiamo il taxi, dopo 25 minuti arriviamo a casa di Azadeh, dove la mamma e la sorellina minore, Setareh, che ride sempre, ci accolgono.
La mamma di Azadeh è una bella signora, veste un abito bianco con fiori stampati, molto bello; per prima cosa ci si toglie le scarpe, qui, come in molti Paesi asiatici si usa così. L’unico problema è che non avevo fatto la doccia e la mia giornata era stata particolarmente intensa… pazienza.
Saliamo al primo piano della casa, il soggiorno è molto bello, tre grandi tappeti decorano il pavimento in moquette, un divano, alcune poltrone, delle bellissime tende arredano il soggiorno in maniera perfetta.
Le ragazze si tolgono le giacche che usano per andare in giro, Azadeh rimane con un foulard a coprirle il capo, anche Setareh ha il capo coperto, mentre Samira e Yasaman non perdono occasione per scoprirsi i capelli. Come ho già detto, due modi diversi di vivere la stessa cultura.
Subito facciamo qualche foto, tanto per rompere un po’ il ghiaccio: la situazione è inusuale; io non sono mai stato ospite in una casa iraniana, loro non hanno mai avuto un ospite italiano.
C’e’ una bella atmosfera, subito arrivano dolci, ho portato una scatola di dolci tipici di Yadz, una specie di torroncini morbidi al pistacchio, chiamati Gaz.
C’e’ un dolce al cocco, dei piccoli pomodorini verdi, un po’ di frutta. Una bevanda fresca al gusto ciliegia. Tutto perfetto.
La mamma di Azadeh sembra quasi sorpresa di vedermi, ma è molto simpatica ed amichevole; Azadeh ha una sua foto in camera dove è ritratta a capo scoperto: io non potrei vedere quella foto, ma non importa. E’ il ritratto in bianco e nero della figlia. Yasaman chiacchiera in inglese, lei studia all’Università, Setareh ride, lei è ancora piccolina, fa la scuola secondaria.
Dopo un’oretta cominciamo la cena, la mamma ha cucinato per tutti, Azadeh dice di averla aiutata, ma non ne sono sicuro… (scherzo).
Iniziamo la cena, mangio tutto, ci sono diverse portate, di cui purtroppo non ricordo il nome: troppo difficile per me ricordare nomi in persiano. Non avanzo nulla e faccio anche il bis: strano per chi mi conosce.
La cena è allegra, l’atmosfera è bellissima, quasi non sembra vivere realmente qualcosa che poche settimane prima sembrava quasi impossibile. La serata finisce, non prima di aver curiosato nella camera di Azadeh ed il PC dal quale lei mi scrive: mi piace vedere il mondo dall’altra parte dello schermo. Azadeh ha una bella cameretta, con un tappeto per terra: lei dorme li, senza nessun letto e materasso; il fratello dorme in soggiorno perché c’e’ la televisione, anche lui a terra. E’ un modo insolito ai miei occhi, ma molto interessante. Mi rimetto le scarpe, ci salutiamo e prendo il taxi per tornare in albergo; peccato non aver conosciuto il padre ed il fratello di Azadeh.
Le immagini di questa serata le porterò con me per molto tempo.

Appuntamento a sabato mattina, ore 8.00 in albergo. Azadeh e Samira, che per l’occasione è rimasta a dormire a casa della cugina, arrivano in albergo, in ritardo: Samira è una dormigliona ed alzarsi alle sette di mattina per lei è stata una cosa inusuale; il tutto solo per me. Per prima cosa andiamo al Bazar.
Il Bazar di Teheran è un po’ la wall street dell’Iran; qui si formano la maggior parte dei prezzi delle merci che sono vendute nel Paese. In pratica si trova ogni cosa: tappeti, certamente, ma non solo. Tutto per la casa, mobili, vestiti, proprio tutto, tranne pannolini e profilattici.
I commercianti del Bazar hanno un grosso potere economico ed anche politico; sono loro che determinano ciò che il mercato vuole e ciò che si deve produrre di conseguenza, soprattutto nel tessile. E’ un mondo fatto di gallerie, piccoli cunicoli, sembra un labirinto e non è affatto difficile perdersi; le strade sono strette ed in mezzo è scavato un canale di scolo che serve per portare via l’acqua utilizzata per lavare le centinaia di piccole botteghe. Ci sono grandi stanze, piccole piazze, qualche moschea e luoghi dedicati alla preghiera. Il tutto animato da un via vai di persone, moto, carrelli, acquirenti, gente di ogni tipo alla ricerca di qualsiasi necessita. Ad un certo punto siamo letteralmente accalappiati da un venditore di tappeti.
Ci porta nel suo piccolo shop. Ha tappeti molto belli, ne apre una trentina, Bukara, Isfahan, Persepolis, antichi, moderni… e’ una bella esperienza, ma alla fine non compro: non ho il tempo di scegliere, non voglio annoiare le mie due compagne di viaggio.
Usciamo dal Bazar, andiamo nel parco dove solitamente Azadeh si allena. Prendiamo la metropolitana. L’ambiente è fresco, abbastanza pulito e ordinato, ma i vagoni sono pieni di gente. Alcune fermate e poi scendiamo. Prendiamo il bus. Io salgo davanti, loro salgono dietro, presto però raggiungo Azadeh e Samira, siamo divisi solo da una sbarra di metallo. Scherziamo sulla cosa, la gente ci guarda un po’ stranita, ma non fa molto caso a noi. Arriviamo al parco. C’è molta gente che cammina, alcuni ragazzi si allenano, altri giocano a basket. E’ un bel posto, la città con tutto il suo traffico sembra lontana, eppure è lì, a due passi.
Azadeh deve andare ad allenarsi, la accompagniamo fino al palazzetto. Una bella e moderna struttura di recente costruzione. Il custode mi fa vedere il campo di atletica perché sono Italiano e mi parla di calcio. Incontro due compagne di allenamento di Azadeh, una delle quali ha gareggiato in una competizione internazionale a Pechino qualche mese prima sui 400 mt. piani. Sono simpatiche, facciamo una foto ed inizia l’allenamento, al quale io non posso naturalmente assistere; Samira ed io aspettiamo fuori.
Azadeh mi spiega che loro si allenano da sole, prendono i tempi, rispettano la tabella data loro dall’allenatore che però non può assolutamente assistere alla seduta di allenamento. La cosa è veramente strana, è molto difficile per loro prepararsi bene in queste condizioni, ma la voglia di arrivare, la passione per questo sport e la grinta permette loro di superare anche questi ostacoli. E’ così, non c’è nulla da fare, bisogna adeguarsi.
Finito l’allenamento, due ore dopo, ci rechiamo alla scuola primaria dove Samira tiene un corso di inglese; noi aspettiamo in un piccolo parco adiacente. Pochi minuti prima della fine delle lezioni tento di entrare in classe, ma non mi lasciano e cortesemente mi chiedono di aspettare nella sala insegnanti dove faccio conoscenza con la direttrice della scuola.
La scuola è molto simile alle nostre scuole elementari, disegni alle pareti, banchi di legno, la cattedra dell’insegnante, foto di classe (tutti in divisa, naturalmente), unica differenza, l’alfabeto.
Le bambine escono e Samira mi presenta le sue piccole allieve: “How are you?” “Where are you from?” mi chiedono in un inglese corretto.
Usciamo dalla scuola, ci rechiamo di nuovo verso il centro della città, mangiamo un gelato artigianale, niente male, ma non certo paragonabile a quello dei giardini di Biella.
Camminiamo, prendiamo un taxi, andiamo dall’altra parte della città a visitare una zona dove ci sono negozi e centri commerciali. Prendiamo un te, è sera, la giornata sta per finire: siamo tutti e tre molto stanchi, ma ancora sorpresi per ciò che ci è capitato, per il nostro incontro. Prendiamo un taxi, accompagniamo a casa Samira, che mi mostra il suo appartamento. La mamma, il fratellino e Yasaman ci aspettano. Entriamo, pochi minuti, non mi fanno togliere le scarpe, i tappeti sono belli, la casa è ben curata, accogliente, facciamo una foto, il poster di Titanic appeso nella stanza di Samira, mi accompagnano in strada e mi salutano. Samira mi stringe la mano, le accarezzo il volto per l’ultima volta. La saluto, ci allontaniamo, ci salutiamo ancora attraverso il finestrino. Ciao bella ragazza dai capelli neri corvino ed occhi splendenti delle luce della felicità.
E’ la volta di Azadeh. Arriviamo vicino casa sua, scendiamo dal taxi, ci scambiamo un paio di parole, siamo stanchi, felici, emozionati, increduli. E’ stato tutto perfetto. Non ci stringiamo la mano, e’ un saluto fatto di sguardi, non serve il contatto fisico. Ciao Azadeh, non dimenticherò mai questi giorni trascorsi con te. Arrivederci. A presto.
Salgo in taxi, i nostri occhi si incrociano ancora una volta, un’ultima volta.
Arrivo in albergo, giusto il tempo di scrivere un po’. Fra un’ora si parte. Il solito driver, ancora sbaglia strada, ma arriviamo nel nuovissimo aeroporto “Imam Kohmeini” dove queste viaggio ha avuto inizio.
A presto Iran, alla prossima volta.
Destinazione Karachi, Pakistan.

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… quella canaglia dell’Iran (Parte III)

17 Maggio 2005 Commenti chiusi


Ecco la tanto sospirata (?!?) terza parte… aspettando la quarta.

Mercoledì.
Arrivati a Isfahan, tempo di un tè con biscotti locali, un po’ di pistacchi e qualche arachide, e via per una nuova giornata di lavoro, la quarta in quattro giorni: e poi dite che non faccio nulla!!!
Il caldo è sopportabile, le conversazioni in persiano un po’ meno.
Di giorno nulla di particolarmente eccitante, se non un pranzo in un fast food iraniano, dove fast è stato il modo in cui ho mangiato il panino, ma tutto il resto è stato abbastanza slow.
La sera arriva e le luci di questa bellissima città, famosa per i suoi ponti e per la moschea blu, si accendono e brillano illuminando una bella serata di primavera.
La prima impressione della città di notte è subito straordinaria. I ponti storici sono illuminati e la veduta non è niente male; le caratteristiche di questi ponti sono molteplici.
Alte mura, intervallate da archi stile persiano, proteggono i passanti. Si può anche attraversare il ponte passando al di là delle mura, dove una serie di archi ne determina un passaggio di straordinario effetto, proprio sul bordo, senza nessuna ringhiera di protezione.
Di notte sono illuminati e migliaia di persone li attraversano, chiacchierando, correndo, scattando fotografie. Ci sono parecchi turisti, alcuni occidentali e probabilmente anche qualche locale venuto per il weekend. L’età’ media del turista medio è abbastanza elevata; è raro trovare giovani che visitano queste zone, un po’ per l’assoluto obbligo di sottostare a determinate regole (no calzoncini corti, anche con 40C, obbligo di coprirsi il capo e le braccia per le donne, mancanza di alcolici, nessuna possibilità di trombare con ragazze locali), un po’ forse per la poca conoscenza che si ha di questa straordinaria terra.
Del resto, che ci si va a fare in Iran, quando abbiamo posti ben più rinomati come Sharm?
Caratteristica peculiare di questi antichi ponti è il fatto che al di sotto, proprio al livello dell’acqua o poco più su, si trovano dei coffe shop, dove si può gustare un buon tè, fare quattro chiacchiere, fumandosi, come in quasi tutti i locali notturni, un buon narghilè dal sapore esotico.
Il tè viene preparato in pentole di grosse dimensioni e viene servito a litri in piccoli bicchieri, tipo quelli usati da noi per una vodka. Sorseggiando un buon te, chiacchierando del più e del meno, facendo amicizia con i locali che in continuazione mi chiedono da dove vengo e dopo aver saputo che sono italiano iniziano a dire AC Milan, Juventus, Baggio, Mancini e Totti (da notare la mancata citazione dell’Inter Milan, squadra praticamente ormai sconosciuta anche agli italiani), ma non, sorpresa, sorpresa, pasta, pizza, mafia: forse perché qui la pasta non c’e’ o quasi, forse perché la pizza credono sia stata inventata sul mar Caspio, forse perché di mafia… di questo “forse” non ho nessuna idea.
Il fiume scorre e non si ferma mai, se non per la grande siccità che ha colpito questa zona del Paese tre anni fa, quando praticamente di acqua non ne era rimasta.
La vista del ponte, del fiume che scorre, delle fontane illuminate è semplicemente affascinante.
Dopo cena, a base di kebab, manco a dirlo, e dopo il te notturno, ritorno al Julfa Hotel, nel quartiere armeno della città, dove la ragazza della reception, Marjan, apprendo ha un amico italiano, Antonio. Tanto per fare quattro chiacchiere e quasi rimorchiarla per la sera successiva.
La televisione in camera offre ben 8 canali, di cui 4 ripetuti due volte, tutti rigorosamente in lingua locale. Meglio quindi leggere la guida Lonely Planet sull’Iran.
E’ arriva Giovedì, il nostro sabato.
Un paio di appuntamenti mancati ed è già pomeriggio, quando le aziende chiudono e tutti vanno a dormire. Il mio agente mi accompagna a fare un giro per la città. Che palle, perché a me piace girare da solo e non voglio nessuno che mi prenda il fiato quando visito un posto… comunque è stato gentile.
Ebbene si, gli Iraniani sono un popolo di persone molto gentili. Non è che posso generalizzare, anche perché pochi giorni non sono sufficienti a conoscere a fondo un’intera cultura; alcune cose però si capiscono subito, ed in questo caso sono sicuro di non sbagliarmi.
Del resto si capisce subito che i koreani sono quello che sono, bastano due minuti… e tutt’ora, dopo molte settimane passate da quelle parti ne ho la conferma. (Ma questa è un’altra storia).
La gente è sempre disponibile ad aiutarti, nessuno ti guarda storto, anzi magari ti osservano timidamente, del resto uno rosso non lo vedono così spesso. Anche le ragazze mi sorridono, le ragazze koreane no! I bambini sembrano chiedersi da quale pianeta sia venuto.
Insomma, le sensazioni sono positive e l’atmosfera è sempre amichevole. Certamente posso dire che la gente qui è onesta, tranquilla e non ha nessuna intenzione di bombardare qualche città occidentale o far crollare qualche altra torre. Purtroppo è difficile conoscere questa popolo, che vive in un Paese comunque, nonostante tutto, abbastanza chiuso verso l’Occidente. Di acqua sotto i ponti, nonostante la siccità, ne è passata da quando il Mullah di Teheran ha definito la musica moderna ispirata dal diavolo. I ragazzi ascoltano le stesse canzoni che si sentono dalle nostri parti, magari un po’ in ritardo, ma non fa molta differenza. La musica si scarica da internet anche da queste parti, si chatta, ci sono ovunque internet shop, si cerca di comunicare con il mondo esterno.
Boccelli e Eros Ramazzotti sono conosciuti anche dai giovani di queste parti, un po’ come attori del calibro di Lando Buzzanca e Marcello Mastroianni erano ammirati dai loro genitori.
Probabilmente nessuno mai andrà mai a vedere un concerto degli U2 al prezzo di 100 Euro o Vasco a San Siro (e qui non sanno cosa si perdono), ma si vive comunque, con un sorriso, un passeggiata, un po’ di shopping e stando in famiglia o con gli amici a casa, cantando, ballando e con la voglia di stare insieme.
E’ un popolo diverso, ma proprio perché così diverso per cultura, religione e modi di vivere, non è molto lontano da noi.
Del resto la civiltà è nata da queste parti; non è un caso che 26 anni fa qualcuno abbia deciso che era meglio fare qualcosa per frenare la rivoluzione vera e propria di questo Paese, in forte crescita e sviluppo economico, inventandosene un’altra le cui conseguenze sono ancora tutt’oggi visibili.
La piazza Iman Kohmeini è qualcosa di assolutamente unico, immensa, interamente circondata da mura, con al centro fontane che la sera vengono accese ed illuminate; purtroppo mi sono perso questo spettacolo. La moschea blu è forse la moschea più grande al mondo dopo La Mecca; dentro è magnifica, imponente nelle sue diverse sfumature di azzurro. I giardini sono ben curati, i luoghi di preghiera si possono calpestare solo senza vestire scarpe; mosaici, volte, cupole, archi, uno spettacolo unico nel suo genere.
Tutto intorno alla piazza, c’e’ una galleria nella quale ci sono negozi di manufatti artigianali, piccole botteghe per la lavorazione del rame, negozi di tappeti, dove si può sostare, sorseggiare un tè mentre il venditore presenta la sua collezione unica.
C’e’ tutto e si trova tutto. Gruppi di ragazze affollano i banchi delle scarpe e delle borse, studenti chiacchierano seduti sul verde che circonda la piazza. Ogni angolo ha una storia da raccontare, ogni passo ha qualcosa da descrivere. Lascio la piazza con un pizzico di nostalgia, ma anche un po’ di stanchezza dovuta al gran caldo pomeridiano.
Ritorno in albergo. E’ giovedì sera. La gente affolla le strade, i giovani si ritrovano nei bar, nelle pizzerie, nei ristoranti, nei centri commerciali. E’ un continuo via vai di persone. Il sabato sera è iniziato e da queste parti non dura fino alle 6 del mattino seguente.
Io passo la serata in camera, sono le 22 e sono anche stanco. La ragazza della reception stasera è impegnata. In pratica mi ha dato buca.
Accendo la televisione e su uno dei quattro canali iraniani c’e’ un gioco, un misto tra i nostri “giochi senza frontiere” e “la bustarella” (di Ettore Andenna, per chi se la ricorda). Il pubblico è diviso tra uomini e donne, ma non perché il programma è la copia di qualche stupido programma di Bonolis, qui si usa così: non ci si mischia nella occasioni pubbliche.
Le squadre che gareggiano l’una contro l’altra sono composte da uomini e donne, il presentatore sembra Fabrizio Frizzi dei tempi migliori. E’ bello così. Mezz’ora e poi spengo la televisione. Gli altri canali: filmone doppiato in farsi, partita di calcio, programma di approfondimento politico. E’ notte, mi addormento, l’indomani qui è festa. Il giorno della preghiera, venerdì.
La mattina vorrei andare da solo a vedere qualche tappeto, ma non ne ho voglia.
Mi alzo pigramente e vado a fare colazione dalle parti del ponte; i negozi, i coffee shop sono quasi tutti chiusi. Mi accontento del café sotto al ponte, dove faccio la conoscenza di un paio di turchi/iraniani, i quali credo tentino di dirmi che il Milan giocherà a Istanbul la finale di Champions League, ma questa è una mia personale interpretazione.
Bevo circa un litro di te e mangio una decina di zollette di zucchero. Mi alzo e faccio un giro per il parco che costeggia il fiume.
Cigni tipo pedalò navigano il fiume, famiglie si ritrovano a fare il pic nic sui giardini, gruppi di ragazze passeggiano, uomini in ghingheri si fanno fotografare con il ponte sullo sfondo, bambini giocano. Qui è il giorno della festa. Il traffico è meno caotico, tutto sembra rallentato.
Vedo un gruppo di ragazze, sono certamente in gita scolastica, mi avvicino loro, cerco di fotografarle, ma mi vedono e si coprono. Allora chiedo loro il permesso, ancora cercano di coprirsi o non fari riprendere; le loro insegnanti mi chiamano, dico loro che mi piacerebbe fare una foto. Non c’e’ nessun problema, dicono alle ragazze di sedersi e insieme si fanno fotografare. Anche io mi concedo al loro obiettivo… spero di non averlo rotto.
Facciamo un po’ di amicizia, mi chiedono da dove vengo e chiedo loro se abitano qui a Isfahan. Sono in gita scolastica, anche qui evidentemente esistono le gite di istruzione e probabilmente sono istruttive davvero. Vestono tutte di colori chiari, sorridono, sono timide, ma niente affatto scocciate, anzi, si divertono anche loro. Del resto fare la conoscenza di un bel (?!?) ragazzo italiano non è cosa di tutti i giorni.
Più in là c’e’ un gruppo di ragazze più “vecchie”, vestono tutte di nero; anche loro vogliono essere fotografate, mi chiamano. Mi chiedono da dove vengo ed improvviso una mappa virtuale con le mani. L’Italia non è poi così lontana. Un paio di foto, qualche scambio di sorrisi e me ne vado. Devo tornare in albergo.
Prendo un taxi con altre persone dentro, qui si usa così: dovrebbe essere più economico condividere un taxi. In ogni modo è interessante.
Torno in albergo. Pranzo. L’aereo mi aspetta. Torno a Teheran.

Fine Terza Parte.

Iran, tra un tè ed un kebab (Parte II)

17 Maggio 2005 Commenti chiusi


Ecco la seconda parte del mio viaggio di lavoro qui in Iran.

La domenica, tra un cliente e l’altro, mentre dalle nostre parti e’ giorno di festa, qui si lavora: il giorno festivo e’ il Venerdì.
A pranzo ho cominciato ad apprezzare il piatto che mi ha fatto compagnia per tutta la settimana: il kebab; ce ne sono di tutti i tipi, di carne di agnello, di pollo, di vitello, di pesce. Non è, a differenza di quello turco, carne tagliata e messa dentro il pane, ma una specie di spiedino senza stuzzicadenti. Ce ne sono di tutte le misure, si arriva fino al kebab formato famiglia, 50 cm. di carne cotta alla piastra. Per accompagnare questo piatto si usa il riso, riso bianco e riso allo zafferano, molto buono, insieme ad altre cose tipo uno yogurt magro, il naan (un tipo di pane cotto in forno a legna al momento), patate, insalate di vario tipo.
Come immaginerete, anche da queste parti non sono riuscito a perdere chili… anzi!
Come ho già detto, finita la giornata lavorativa e tornato in albergo, incontro Azadeh e Samira: è stato un sogno che si è avverato, semplicemente straordinario.
Usciamo insieme dall’albergo e andiamo, grazie ad un amico/autista di Samira, Vahid, in un parco nella zona nord della città. Anche Vahid si sta impegnando per diventare un campione di rally… sapete cosa voglio dire.
Il parco è molto bello, il clima fresco e piacevole; molti giovani, ragazzi e ragazze che si tengono per mano, e da queste parti non è una cosa così comune, specialmente in luoghi pubblici; camminiamo per un po’, giriamo un film come comparse e ci fermiamo in un coffee shop molto particolare. Tappeti, gingilli, handycrafts e decorazioni dappertutto, sulle pareti, nel soffitto, sulle mensole, sul bancone del “barista”, che barista non è.
La caratteristica del posto è che per sorseggiare un te ci si siede su una specie di panca di 4 mt. quadri, sulla quale c’e’ un tappeto e vari cuscini; ci togliamo le scarpe e ci sediamo tutti e tre insieme. Un’esperienza diversa, anche il tè assume un sapore diverso…
Il te.
Bevanda tradizionale, offerta come consuetudine ad ogni incontro di lavoro, si beve in ogni situazione: colazione, prima e dopo i pasti, alla sera in compagnia; una tazza di te non manca mai. Si beve degustando zollette di zucchero che vanno messe in bocca e ingerite gustando il sapore del te; non ho mai visto e mangiato tante zollette di zucchero come da queste parti.
Chiacchieriamo, finiamo le nostre bevande e torniamo in macchina. Vahid si fa un po’ aspettare, ne approfittiamo per scattare qualche foto, per Samira è tempo di scoprirsi il capo per qualche secondo. Andiamo a cena.
Anche la cena, manco a dirlo a base di kebab, si svolge in un ristorante i cui tavoli sono sostituiti da queste panche con sopra dei tappeti. Al centro della “tavola” si stende una tovaglietta e via via arrivano le diverse portate. Una serata gradevole di tarda primavera, allietata dagli intensi profumi che emanano gli arghilè, fumati dagli avventori. Vahid ne fuma un po’ troppo.
In macchina ho l’occasione, oltre che di sperare di non andare a finire dentro un fosso o mettere sotto un passante, di vedere un po’ Teheran. Città che con i suoi 12 milioni di abitanti è seconda solo ad un’altra di cui non ricordo il nome; palazzi, parchi, strade, giardini, negozi, bazar, coffe shop, ristoranti, fast food e pizzerie non mancano, ce ne sono ad ogni angolo. Qui la vita notturna finisce presto, non esistono discoteche, non si può ballare in pubblico, ma solo in feste private; non ci sono pub, la vendita di alcolici è vietata: niente birra per una settimana!!!
Si va al ristorante, si va con gli amici o con la famiglia in questi bar dove si sorseggia un te e si fuma il narghilè: tutto qui, nulla di simile o quasi al nostro modo di intendere le serate, specialmente i fine settimana. Qui e’ un altro mondo. Si fanno feste private a casa, si sta in famiglia e con gli amici e magari si va a fare una passeggiata.
La città e’ piena di murales che ricordano i doveri del cittadino, dello stato, della religione. Ci sono immense gigantografie di Komheini e di Kahmenei dappertutto, con frasi in farsi (persiano) di cui ignoro il significato: l’unica cosa che riesco a capire sono i numeri, naturalmente scritti in persiano.
“Obedience to Kahmenei is the obedience to Iman (Kohmeini)” è una delle poche frasi scritte in inglese: fa impressione vedere come queste gigantografie tappezzino hotel, palazzi, strade di tutte le città dell’Iran, o di almeno di quelle che ho visitato io in questi giorni.
La giornata finisce e ritorno in albergo.
I 5 canali della TV mi aiutano a prendere sonno, dopo quasi 36 ore passate senza dormire, tra differenti emozioni e stati d’animo.
Aver incontrato Azadeh e Samira mi sembra solo un bellissimo sogno, invece è tutto vero.
Lunedì mattina sveglia alle 7 e di nuovo si riparte; il nostro autista non arriva in albergo all’ora prefissata, probabilmente è rimasto addormentato, ma poco importa.
La giornata prosegue normalmente, non fa troppo caldo ed il clima aiuta. Pranzo a base di Kebab, con tanto di bandiera italiana nel tavolo e di nuovo al lavoro, sino alla sera. Nulla di particolare da segnalare, se non che purtroppo non riesco a cenare con le mie amiche, ma mi devo sorbire un paio di ore di colloquio in farsi tra il mio agente ed un cliente prima di andare a cena in una specie di Mc Donald’s iraniano dove mangio una pizza tipo pizza hut. Comunque, nonostante tutto, niente male.
Dopo ben 4 ore di sonno, ci alziamo e ci rechiamo in aeroporto, dove abbiamo il volo alle 6 del mattino per Yadz, città dal sud dell’Iran. Nonostante mi sia svegliato alle 4, rischiamo di perdere l’aereo, ma per fortuna, tra uno slalom speciale in auto, uno spintone al security check dell’aeroporto, riusciamo finalmente, con ben 15 minuti di anticipo sull’orario di partenza, a passare il check in. Tiro un sospiro di sollievo, anche perché mi sarei inkazzato perdere l’aereo dopo una levataccia del genere.

Un’ora di volo passata a dormire ed eccomi a Yazd, città in mezzo al deserto che si dice essere una delle più antiche del mondo. L’albergo è molto bello, stile “oasi”, con un coffe shop all’aperto popolato la sera da gente del posto.
Yazd è la città delle case con delle specie di torri che anticamente venivano usate come mezzo per condizionare l’aria e raffreddare l’acqua per le caldissime giornate estive.
Più o meno il funzionamento e’ questo.
Di notte l’aria entra dalle finestre poste in cima a queste torri (di notte qui e’ abbastanza ventilato e le serate, come in tutti i deserti sono fresche) e scende fino a raffreddare l’acqua contenuta in una specie di piscina posta al centro della casa. L’acqua così raffreddata può essere utilizzata in diversi modi. Una serie di cunicoli, inoltre, fanno passare l’aria, raffreddatasi grazie anche all’acqua, nelle varie stanze, alimentando una corrente d’aria che simula una rudimentale aria condizionata. Mi manca un po’ il bagaglio tecnico, ma le cose funzionano più o meno così.
Qui a Yazd la popolazione e’ molto più tradizionalista, infatti la maggior parte delle donne e ragazze, a differenza di Teheran, vestono il chador.
Purtroppo però non ho il tempo per visitare nulla, solo appuntamenti, estenuanti conversazioni in farsi e cena in un ristorante, a base di Kebab.
Nulla di particolare da segnalare, se non il guinnes dei primati per il più clamoroso ritardo ad un appuntamento: ore 13.00 orario fissato, il cliente ci telefona alle 11.00 di sera, durante la cena, che ci aspetta in albergo. All’una di notte o quasi mando a c***** il cliente, anche perché mi ha solo fatto perdere tempo.
Mercoledì alle 5 del mattino si parte per Isfahan, 350 Km di strada, tra deserti, villaggi isolati e coffe shop in mezzo al nulla. Il viaggio e’ piacevole, nonostante i sedili foderati in nylon, che però ho fatto accuratamente ricoprire, vista l’assenza di aria condizionata in auto.
Dormo per i tre quarti del viaggio ed arriviamo a Isfahan, anzi a Najad Bad, 25 Km da Isfahan, alle 9 e 30, quattro ore e mezza più tardi.

Fine della seconda Parte.

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Iran, dove un litro di benzina costa come una caramella (Parte I)

16 Maggio 2005 Commenti chiusi


Iran, where one liter of petrol costs like a candy (Part one)- see below

Iran, dove un litro di benzina costa come una caramella (Parte I)

Ciao a tutti coloro i quali avranno la pazienza di leggermi. Sono ancora in viaggio e quindi di nuovo in blog.

Eccomi ripartito per un viaggio di due settimane in un paio di Paesi che strateghi militari e politici occidentali definiscono “a rischio”: che la motivazione sia il cibo? Forse!
Una settimana in Iran ed una decina di giorni in Pakistan, due Paesi “nucleari”, nel senso che probabilmente non sono capaci di maneggiare una bomba atomica, a differenza di russi, americani e francesi, che invece, come ha dimostrato la storia, ne hanno sempre fatto buon uso, ma che si dice ne abbiano in abbondanza.
Ma questa non è politica, è la descrizione del mio viaggio.
Partito sabato 7 maggio da Milano Malpensa, dove mi hanno controllato se avevo la marca da bollo nel passaporto (sembra che la cosa sia di vitale importanza per chi deve lasciare l’Italia: c’e’ gente che per questi controlli ha rischiato di perdere un volo intercontinentale!!!), atterro a Dubai, dopo 6 ore di volo abbastanza confortevoli, alle 0.35. Giusto il tempo di recarmi all’imbarco per il successivo volo diretto a Teheran ed eccomi ancora su un Boeing 777 della Emirates.
Ore 3.30 della notte atterro puntuale nel nuovissimo aeroporto “Imam Khomeini” di Teheran, aeroporto aperto non più di una settimana fa.
45 minuti di coda per il controllo passaporti, meno che a Roma Fiumicino, e poi via per questa nuova avventura nel Paese in cui le donne, turiste comprese, devono coprirsi il capo. Mi aspettano il mio agente ed il mio autista, che assomiglia un poco al famoso “Ferryboat” di “Amici miei”.
Esco da questo nuovissimo aeroporto e mi accorgo che il mio driver non si ricorda dove ha parcheggiato il mezzo: un paio di minuti, l’amnesia passa e si parte, destinazione Ferdossi Grand Hotel.
50 km. si dovrebbero fare in tre quarti d’ora, specialmente alle 5 del mattino, ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso; essendo l’aeroporto nuovo di zecca, anche le vie di comunicazione non sono ancora ben collaudate e soprattutto conosciute dai più. Nonostante la velocità sconsiderata in curva e il rischio “adesso centriamo il muro di mezzeria in pieno”, 1 ora e mezza, o poco meno, e si arriva in hotel, dopo aver sbagliato strada almeno una decina di volte, per la mia grande gioia; infatti, nonostante la stanchezza di una viaggio comunque lungo e vista l’ora mattutina, in macchina non sono riuscito a chiudere occhio.
Qui devo aprire una parentesi sul traffico e, soprattutto, sul modo di guidare della gente locale.
Pensavo di aver visto tutto e di più in India, dove il traffico è qualcosa di allucinante ed indescrivibile… invece non si finisce mai di scoprire cose nuove.
Qui a Teheran TUTTI guidano come dei pazzi, senza nessuna eccezione: a velocità folle in pieno centro superano indistintamente a destra e sinistra, non rispettano minimamente i poveri pedoni, prendono strade contromano come se si guidasse su un viale a quattro corsie.
Precedenze non esistono, bisogna in qualche modo passare per primi, non importa se si arriva da destra, sinistra, alto o basso: tutto è lasciato al caso, anzi alla pazzia di chi guida.
Non so le volte che “mi sono visto” pedoni entrare in macchina attraverso il parabrezza, motociclette “passarmi sopra” la capotte o cose del genere. Qui tutti sembrano aver preso le strade della città per una prova speciale di una qualsiasi rally; ci si infila in ogni buco, si taglia la strada con una facilità che sembra quella essere la corretta maniera di cambiare direzione.
La maggior parte dei semafori, dotati di conto alla rovescia che ogni tanto si blocca o si azzera a sorpresa (ho visto passare un semaforo da 36 a o secondi in un secondo), lampeggia alternativamente rosso e arancione; il significato? Fare attenzione! Ma a cosa non si capisce…
Gli incroci sembrano set del film “Gioventù bruciata” dove tutti aspettano il verde, quando c’e', per passare per primi alla prima curva, magari sfiorando il guard rail od un fossato artificiale che costeggia tutte o quasi le strade di Teheran.
Le macchine, come potete immaginare, non sono in ottimo stato, ma non importa: anche senza il parabrezza si può benissimo guidare… l’importante che il tergicristallo ci sia.
Eppure i segnali di guidare con prudenza ed allacciare le cinture di sicurezza non mancano: in effetti le cinture di sicurezza vengono allacciate, non si capisce per qual motivo, solo nelle tangenziali che circondano la città. Devo dire che gli autisti di taxi non si distraggono mai: è più il tempo che passano a parlare con il passeggero guardandolo in faccia (per educazione, certamente) di quello che utilizzano per guardare la strada. Dettagli. Il tutto a velocità sconsiderata.
Anche attraversare le strade è una roulette russa: si parte, si guarda a destra, sinistra, dietro, davanti, una, due, tre, quattro volte, ma si spera sempre che tutto vada bene fino ad arrivare dall’altra parte della strada.
La benzina costa 8 centesimi di Euro al litro!!!

Chiuso il capitolo traffic jam, torno alla descrizione del mio primo giorno in terra persiana.
Arrivati in hotel, sbrigate le pratiche di check in, dopo un riposante sonno di 45 minuti, inizio la giornata lavorativa, in cui inizio ad apprezzare a pieno le virtù di guida della gente di Teheran.
Alle 5 di sera, dopo un’intensa giornata divisa tra traffico e appuntamenti, in hotel si avvera, e quasi non ci posso ancora credere, un sogno: incontro Azadeh, con la sua cugina Samira, le mie speciali amiche di Teheran. Gli occhi lucidi non celano la felicità per aver realizzato una cosa quasi inimmaginabile; Azadeh non mi da la mano per salutarmi, lei è molto tradizionalista, mentre invece Samira mi stringe la mano senza problemi. Loro mi regalano dolci di Teheran, io canestrelli di Biella.
E’ doveroso parlare di come da queste parti il mondo sia diverso dal nostro, ma non così tanto come si crede.
L’Iran è un Paese di profonda fede Islamica, governato da un Presidente a capo di un Parlamento di 290 membri eletti dal popolo, e da un Leader, a capo di un speciale corpo di 12 “saggi”. Il Presidente in carica, è Kathami (diventato famoso dalle nostre parti per aver presenziato ai funerali di Papa Giovanni Paolo II), mentre il Leader, protettore dei dettami dell’Islam, è Kahmenei.
Il Presidente ha il potere, sia politico, che religioso, derivatogli dal popolo che lo ha eletto; resta in carica 4 anni e può avere solo due mandati. Il prossimo mese si voterà per il nuovo Presidente, poiché l’Iman Kathami ha preso il potere 8 anni fa.
Il Leader è eletto dal Consiglio dei 12 e resta in carica sino alla morte.
Tutto ciò che il Presidente ed il Parlamento decidono, viene “filtrato” dal Consiglio e dal Leader; per cui, se qualche legge va contro alcuni dettami islamici, il Leader ha il potere di respingerla. Nonostante questo, il Presidente ha un grandissimo potere ed e’ proprio grazie a questo che Kathami sta passando alla storia come il primo vero Presidente riformista dopo la Rivoluzione, quando nel 1979 salì al potere Kohmeini, messo lì da Inglesi e Francesi, che vedevano nell’Iran un rivale economico sempre più potente. I francesi tutt’ora hanno grossi interessi economici in questo Paese.
Per altri dettagli vedere:

http://it.wikipedia.org/wiki/Iran#Politica

Un passo indietro.
Stavo dicendo che da queste parti il mondo non è poi così diverso.
Mi ha colpito molto vedere i bus urbani in cui le donne devono sedere dietro ed il bus stesso è diviso in due parti; nonostante questo, i minibus e i bus turistici non impongono questa norma.
Lo stesso dicasi per la metropolitana (3 linee abbastanza efficienti, altri due da aprire prossimamente: non è Seoul, ma sicuramente meglio di Milano) dove, sì le donne hanno i primi due vagoni riservati, anche per ragioni di “sicurezza” quando viaggiano da sole, ma non è affatto proibito viaggiare insieme agli uomini.
Alcuni magazzini hanno entrate diverse per uomini e donne, ma la maggior parte dei centri commerciali non e’ così; in aeroporto i controlli di sicurezza avvengono su due corsie separate.
Le scuole primarie e secondarie sono o maschili o femminili, le Università invece no… anche gli asili, a dire il vero. All’Università’ la maggioranza degli studenti e’ di sesso femminile, le lezioni si seguono normalmente, maschi e femmine insieme; le conferenze nelle Aule magne, invece, vedono i ragazzi davanti e le ragazze in fondo, così come durante le preghiere.
Il chador, veste di colore nero, copre interamente il corpo della donna, lasciando solo il viso e le mani scoperte, ma e’ diffuso solo nelle donne meno giovani, mentre la maggior parte delle ragazze non lo utilizza.
Le ragazze, obbligate a coprirsi il capo in pubblico ed in privato, solo alla presenza di estranei alla famiglia, ma solo se la famiglia e’ più tradizionalista, vestono, molto più di quanto credessi, alla maniera occidentale. Jeans larghi, occhiali da sole di tendenza, trucco a volte molto forte. Molte ragazze tendono a far risaltare i capelli colorati, con tagli moderni, nonostante l’obbligo del foulard. Non e’ un caso isolato vedere ragazzi e ragazze tenersi per mano in strada, ma non ci si bacia in pubblico. Resta il fatto che maniche e pantaloni corti non sono ammessi, se non in luoghi destinati solo alle donne.
Le piscine hanno accessi regolamentati in orari diversi per uomini e donne.
Azadeh mi ha spiegato che quando si allena (corre 1.500 mt. e 3.000 mt. in gare a livello Nazionale ed Internazionale) con pantaloncini, maglietta e senza coprirsi il capo, lo fa senza la presenza dell’allenatore (uomo), ma solo con il supporto delle compagne di allenamento. Durante le gare aperte al pubblico e nel parco dove spesso corre per allenarsi, invece, deve vestire maglie e pantaloni lunghi e coprirsi il capo.
Anche gli uomini non possono vestire calzoncini corti in pubblico, se non in casi eccezionali come allenamenti e gare sportive.
Samira e’ molto meno tradizionalista, mi ha dato la mano per strada, mi ha abbracciato, ha uno stile molto più occidentale; lei e’ di famiglia più “moderna”. Più volte mi ha mostrato i suoi bellissimi capelli nero corvino, che mettono in risalto due occhi di luminosità abbagliante. Azadeh, invece, non vuole toccare nessun uomo, ne tantomeno farsi vedere il capo scoperto da terze persone di sesso maschile.
Stesse famiglie, due modi di vedere le cose.
Le stesse differenze si possono riscontrare nella società, camminando per le strade, girando per negozi, mangiando una pizza di tipo americano (pizza hut, per intenderci) o un hamburger in un fast food 100% iraniano. Qui di americano non c’e’ nulla, a parte la coca cola.

Fine Prima Parte.

Iran, where one liter of petrol costs like a candy (Part one)

Hi again to all of you who wants to read me once more. I?m again on trip, therefore in Blog too.

Here I am for a two weeks business trip in a couple of Countries that politics and military state men define ?risky?: maybe because of the food.
I?m going to spend one week in Iran and ten days in Pakistan, two nuclear Countries because they probably have the atomic bomb but they are not able to use it in a fine way like Americans, French, Russians: history can confirm that.
By the way, this is not politic, this is the story of my trip.
I departed from the airport of Milan Malpensa, where a police officer checked if I applied the legal stamp on my passport (this is very important to whom is going to leave Italy: some passengers almost missed the intercontinental flight waiting in the cue), I landed in Dubai airport, after 6 hours comfortable flight, at 00.35 am. Just in time to transfer to the next flight for Tehran and I boarded in another Emirates Boeing 777.
I landed 3.30 am sharp in the very new Imam Khomeini airport of Tehran, the airport was open one week before.
45 minutes waiting for the passport control, less than Roma Fiumicino, and after that my adventure, in a Country when also tourist women must cover their head, began. My agent and his driver were waiting for me in the arrival hall.
We all exit from this new airport and the driver forgot where he parked the car; after a couple of minutes he reminded the place and we leave, direction Ferdossi Grand Hotel.
Actually driving 50Km it usually takes about 45 minutes, especially in the middle of the night, 5 am, but here it?s a bit different; as I told you before, the airport is very new and also the highways are very new: that means that is not so easy to find the right direction at the first sight. Despite of the high speed and the even higher risk to hit the middle way wall, we took one hour and a half to reach the destination, after we wrong way at least ten times; anyway, even if I was very tired and it was almost morning, in the car I did not fall asleep at all.
I must talk about the local habit to drive a car.
I thought I saw everything concerning traffic in India, where it is awful and so heavy, but you never stop to learn something new every time.
Here in Tehran, EVERYBODY drives in a crazy way, no exceptions: they drive fast in the downtown, they overpass at right and left with no distinction, they take the one way streets in the wrong way, nobody cares about pedestrians.
No give way at all, you must pass first somehow, it does not matter if you come from left, right, up and down: everything is casual, everything is ruled by the madness of the drivers.
I could not count the times ?I saw a pedestrians coming inside the car? trough the windshield of the car, bikes ?jumping over the car? or something. On roads everybody seems to drive in a rally championship.
Each traffic light has a countdown, sometimes they don?t work properly (once I saw the countdown running from 36 to zero in one second!), they lights alternatively red and orange; the meaning: be careful! So what?
Crossroads seem to be the Rebel without a Cause set: everybody is waiting for the green light (when green light works properly), just to be the first one at the start, and nobody pay attention the guardrail or the ditch at the border of every street in Tehran.
It doesn?t matter if cars are not in good conditions, as you can easily imagine; also the windshield can be easily driven? with or without windshield wiper.
Anyway, safe driving and fasten seatbelt signs are everywhere; actually people fast seatbelt, but only on the highway around the city and I don?t know why. Taxi drivers are never distracted: they pay attention all the time to the passengers looking at them on face while driving (they are well educated?) without caring what?s happening on the street. Only details. High speed, always, of course.
Also crossing the street is something like the Russian roulette: you go first, then you look right, left, behind, in front, one, two, three, four times, but you always hope that everything will be fine until the other side of the street.
Petrol cost 8 Euro cents per liter!!!

The chapter traffic jam is finished. I?ll be back on description of my first day in Persian Land.
Hotel check-in, 45 minutes sleeping, and I?m ready to begin the first day of business and to appreciate the driving skills of Tehran people.
After a long day full of meetings, traffic, at 5 pm in hotel my dream comes true: I meet Azadeh and her cousin Samira, my special friends of Tehran. I still can?t believe it. Shining eyes cannot hide the joyful to have been realized an unbelievable dream; Azadeh waves at me without shaking my hands, she?s very attached to Islamic traditions, Samira shakes my hands without any problems. We exchange our gifts: Tehran cakes for me and Canestrelli of Biella for them.
Now it?s time to describe how this world is different than ours, but not so much as we all think.
Iran is an Islamic Country, ruled by a President who heads a Parliament with 290 members elected by universal suffrage, and by a spiritual leader, the Supreme Leader, who heads the Council of Guardians, formed by 12 members. The President is the highest state authority after the Supreme Leader.
The President in charge is Kathami (became famous in Italy because he attended the funeral of Pope John Paul the second), the Supreme Leader is Kahmenei.
The President has got the political and religious power, deriving by the people who directly elected him; he can stay in charge 4 years and he can only be reelected one time. Next month in Iran people will vote for a new President, because Kathami took the power 8 years ago.
The Supreme Leader is elected by the Council of Guardians and he can stay in charge until the death.
Everything decided by the President and the Parliament has being checked from the Supreme Leader and the Council of Guardians; if any law is against the Islam, the Supreme Leader can reject it.
Although these rules, the President has a great power and thanks to this power Kathami is becoming the first most important reformist of the history of Iran after the Revolution, when in 1979 Khomeini took the power. Khomeini was pushed on by English and French because they saw that Iran was becoming a great and dangerous economic competitor. French has still big interests in the economy of Iran.

For other details see the website below:

http://en.wikipedia.org/wiki/Iran#Politics

One step behind.
I was writing that the world here is not so different than ours.
It was shocking to see the local buses divided in two areas because men and women cannot seat together: women must be seated in the area behind men; despite of this rule, minibus and tourist bus don?t have this distinction.
Same story for the subway (3 efficient lines, 2 lines to be opening soon: it?s not like Seoul, but much better than Milan) where the first and the second wagons are reserved for women, even for security reasons, but men and women can travel together.
Some shopping malls have different entrance for women and men, but most of them don?t apply this rule; in the airport security control is different for women and men.
Primary and secondary schools are for female or male only, Universities for both; actually also in nursery schools boys and girls stay together.
Most of the students at Universities are female, during lessons guys and girls study together; in convention hall males sit in front and females sit behind them, same story during religion events.
Chador, black female suite, covers the whole body of a woman; only face and hands are shown. Most of the women wear chador, but girls usually don?t wear it.
All women must cover their heads when they are in public places and, in traditional families, among people who are not relatives. Girls wear western style clothes more frequently than I thought before: jeans, sunglasses, heavy make-up. Many girls like to show their colored and beautiful hairs, modern style haircuts, even if they must cover their head with a foulard. You can often notice girls and guys walking on streets hand by hand, but they are not allowed to kiss each other in public. Women cannot wear shorts and t-shirts, except in places only for women.
Swimming pools apply different timetable for women and men.
When Azadeh trains (she runs 1.500 and 3.000 meters in national and international events) with shorts, t-shirt and without covering her head, her coach (he?s a man) is not allowed to assist her during the training session. She can only counts on support of her companions. During public competitions and when she runs in public gardens, she must wear gym suite and cover her head.
Also men are not allowed to wear shorts in public, except if they are training or playing some sport.
Samira is less traditionalist than Azadeh, even if she also follows the rules like everybody else; she kept my hand on the street, she hugged me, her style is a sort of ?western type?. Her family is more ?modern? than the family of Azadeh. She often showed me her beautiful black hairs which exalt her amazing shining black eyes. Azadeh doesn?t want to touch any man and she doesn?t like to show her head to men who are not relatives.
Same families, two different ways of thinking.
You can notice the same differences in the society, walking on the streets, visiting shopping malls, eating an American style pizza (i.e. pizza hut) or a hamburger in a 100% Iranian fast food. You cannot find anything from U.S.A., except the Coca Cola.
?to be continued.
(Tehran, May 10 2005)