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Il koreano, ovvero i koreani si capiscono tra di loro quando si parlano?

19 Marzo 2005


La lingua koreana.

C’era una volta una nazione, la korea, un po’ stato, un po’ provincia cinese, un po’ feudo giapponese: insomma non si è mai capito un cazzo cosa fosse realmente questa appendice dell’immenso continente asiatico.
Praticamente non esisteva una vera e propria lingua koreana, nonostante che questo stato fosse in qualche modo riconosciuto; non ditelo però ai giapponesi, che considerano la korea una loro “creazione”. Stessa cosa dicasi per i koreani nei confronti dei loro amati-odiati cugini.

In effetti la lingua koreana ha molte affinità con quella giapponese, la grammatica e’ molto simile, cambia la pronuncia: molto più complicata, soprattutto per noi europei, di quella giapponese.

Torniano alla genesi della lingua koreana.
Sembra che un giorno, uno dei tanti Imperatori (probabilmente si chiamava Kim o Lee) che hanno governato questo Paese qualche centinaio di anni fa si sveglia con un’idea in testa; stufo di non avere una lingua propria della sua grande nazione, decide che va creata in qualche modo un nuovo idioma: il koreano.
Chiama un gruppo di cosiddetti saggi, altrimenti detti anche pool di cervelli koreani, e gli detta poche e semplicissime regole del suo progetto; la lingua sarebbe dovuta essere:
1. semplice da scrivere
2. di facile grammatica
3. diversa sia dal cinese che dal giapponese

Il gruppo di lavoro si mette al lavoro, naturalmente.
Passa un po’ di tempo e l’idea del grande Imperatore si trasforma in realtà. La lingua koreana e’ nata: da quel giorno, di cui ignoro completamente la collocazione temporale, tutti avrebbero dovuto parlare il koreano.
La lingua era costruita, con tanto di alfabeto fonetico, grammatica e regole ben definite; i tre obiettivi erano stati brillantemente raggiunti e l’Imperatore era soddisfatto del lavoro compiuto da quei onorevoli signori.
La nuova lingua parlata differiva in maniera molto netta dai due idiomi confinanti, cinese e giapponese, l’alfabeto era tutto sommato di semplice costruzione e la grammatica lasciava molto spazio alla fantasia.
Infatti, dopo qualche tempo, ci si accorse che la nuova lingua creata ad hoc, era talmente semplice che mancava di regole di base per far si che la lingua fosse anche uno strumento efficace di comunicazione.
Infatti, mancando di alcuni particolari, come il plurale, l’”io”, il “tu”, la comprensione risultava molto difficile e tra gli stessi koreani un po’ di confusione si creava. Un esempio su tutti.
La frase in italiano “Ho due figlie”, che sta a significare che sono padre/madre di due femmine, in koreano è praticamente intraducibile. Loro dicono qualcosa del tipo “Io figlio” (naturalmente senza utilizzare l’io, ma intuendo che quello che parla è il soggetto), ma non lascia capire all’interlocutore ne quanti figli, ne di che sesso essi siano; infatti la cosa viene scoperta man mano che l’interlocutore fa delle domande precise, del tipo: “quanti figli hai?”, “sono maschi, femmine?”.
Per comprendere quindi il significato di una comune conversazione, bisogna farsi continuamente delle domande l’un l’altro; il ciò rende il tutto difficile e complicato ed è per questo che posso dire e finalmente è anche dimostrato, che i koreani quando si parlano non si capiscono. Io mi ero posto questo dubbio più di una volta, ora ne ho la certezza.

La storia è un po’ romanzata, un po’ inventata, ma i contenuti corrispondono al vero; ci tengo sottolineare la cosa per non creare confusioni o essere tacciato di troppo semplicismo nei confronti di una lingua che, a detta di molti, è molto affascinante; io non la conosco, ma ad orecchio non mi piace affatto. Ma questa è un’alta storia.

Lascio Seoul ed il suo mondo fatto di super locali alla moda semideserti, di discoteche senza gente che balla, di starbucks, 7 eleven, mega shopping mall, lotte world, cineplex, traffico, taxi che non ti caricano se non devi almeno fare 30 km di strada o se non prometti loro un compenso almeno triplo rispetto la normale tariffa, di ragazze timide, di ragazze sorridenti, di occhi a mandorla a volte dolcissimi, ma troppo spesso freddi, di persone gentili, di uomini che si riempiono di soju, che amano i karaoke e le ragazzine che gli ballano sulle ginocchia, di whiskey, di clienti gentili e clienti maleducati, di persone che cercano, nonostante le difficoltà linguistiche, di metterti a tuo agio e di altri che fanno finta di non capire l’inglese, ma che lo parlano perfettamente, di ragazze gentilissime dal nickname italiano nel mio ristorante preferito, il Puccini di Gangnam, di migliaia di persone che fanno shopping, di vecchiette che vendono frutta e specialità koreane nelle migliaia di chioschi che ci sono ai bordi dei marciapiedi, di immense strade a 8 corsie e di stradine su salite del 20%, che sembra di essere in montagna, di pochi stranieri, di quartieri pulitissimi, di senso civico, di uomini che lucidano le scarpe, di studentesse che arrotondano ballando seminude per uomini di mezza età, di Hotel-Motel a ore con parcheggi nascosti da tendoni, di auto di clienti con le targhe coperte, di bus che vanno come dei pazzi, di una metropolitana immensa, di grattacieli immensi, di gente che stenta ad arrivare a fine mese e di gente ricchissima, di migliaia di insegne luminose, di un fascino che stenta a farsi apprezzare, di gente che mangia a tutte le ore, di gente, tanta gente che vive, sopravvive, parla al telefono, corre, lavora, tira avanti, ascolta musica MP3, ma che troppo spesso manca di un sorriso. Questa è la mia Seoul.

  1. beatrix_kiddo
    20 Marzo 2005 a 9:10 | #1

    Leggendo il tuo post mi è sembratodi trovarmi anch?io nel vortice della vita koreana.
    Scrivi bene, è sempre bello leggere i tuoi racconti di viaggio.
    Ciao e serena domenica

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