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Delhi, così, un po’, semplicemente.

6 Marzo 2005


Dopo aver lasciato da qualche giorno Delhi,

mi piace scrivervi ancora qualcosa di questa città dai mille volti.

Arrivati in aeroporto sembra di entrare in un mondo a parte ed in effetti dell’India si può dire di essere in un altro mondo. Ci si trova subito a confronto con questo Paese così diverso e così unico.
Più di un’ora di coda per il controllo passaporto, ma, a differenza di ciò che capita in Italia (a Fiumicino ti fanno stare in coda 1 ora per entrare nel tuo Paese), qui la gente non è arrabbiata o insofferente, tutto procede con estrema serenità: la cosa è strana, sono le 2 di notte e centinaia di persone, giunte da Europa, Asia, Stai Uniti, sono accodate, ma rilassate. Che sia un altro mondo?
Superi il controllo, il funzionario di pulizia ti sorride e ti augura buona permanenza in India, e, cosa inaspettata e sorprendente, trovi i bagagli ordinati, pronti per essere recuperati: qualcuno li ha disposti e divisi con cura, cosa incredibile, siamo in India.

Il clima alle 3 e mezza del mattino sono piacevole, 15C e si sta veramente bene; per la prima volta indosso una giacca in India, strano, ma vero. Usciti dall’area bagagli, ti trovi proiettato in una realtà che tentare di descrivere è cosa ardua: decine e decine di persone con cartelli scritti in tutte le lingue sono lì ad aspettare gli ospiti stranieri; altrettante persone tentano di “sequestrarti” per portarti con i loro mezzi, a prezzi decisamente alti, nell’albergo da te prenotato. E’ un tale caos, che però ha un senso, un ordine, un unico filo conduttore: siamo in un altro mondo.
Il mio autista mi aspetta da più di un’ora, sembra essersi appena svegliato e probabilmente e così, però è lì che mi aspetta, con un pezzo di cartone, con su scritto il mio nome, che sembra essere stato usato in non so quali altre circostanze.
Esco con lui, mi porta il carrello con i bagagli e mi dice di aspettarlo in un punto preciso: lui va a recuperare l’auto.
Passano 5, 10, 20 minuti, mi guardo intorno e tutto è un continuo viavai di persone, taxi, bus, auto, furgoncini, rickshaw, moto, mucche (poche a dire il vero): sono a Delhi, India, alle 4 del mattino.
Aspetto, la macchina arriva, è un ambassador: auto di Stato che ricorda i fasti dell’Impero Inglese. La mia non è molto fasta, ma va bene così, sono in un altro mondo.
Il viaggio verso l’albergo inizia, sono quasi le 4 del mattino, il traffico è intenso, raggiungiamo l’albergo. L’autista mi da il suo biglietto da visita e mi chiede di chiamarlo il giorno della partenza. Così ho fatto.
La stanza d’albergo non è stata prenotata!!! 4 e mezza del mattino e non saper dove andare a dormire… Alla reception il ragazzo mi riconosce, sono già stato lì altre due volte lo scorso anno e mi cerca un letto dove dormire: vado all’Hotel Broadway, ma di Broadway neanche l’ombra. In strada la gente dorme, ognuna ha una coperta, centinaia di persone dormono o riposano, non fa freddo, non fa caldo, ma che differenza fa?
Non credo di aver mai visto tante persone dormire per strada come mi è capitato in India, ma qui siamo in un altro mondo, è una cosa normale.
Dormo.

Il mattino verso le 9 mi sveglio e vado nell’albergo prenotato, con giorno di ritardo, ma non fa nulla: per questa volta mi sono in qualche modo arrangiato.
La stanza non è ancora pronta, vado a fare colazione, Barista Coffee.
Ormai conosco la zona, Connaught Place, il cuore della New Delhi, quello che diventerà il terminal principale della nuova metropolitana, zona di antichi splendori con i suoi palazzi che ricordano tempi ormai andati. Mi piace questa zona. Tutto è caotico, auto, moto, tuc tuc, persone, attraversare le strade è cosa assai pericolosa, ma questo è il mondo chiamato India. Qui le cose funzionano così. Non bisogna avere la presunzione di poterle cambiare, non avrebbe senso.
I negozi ci sono tutti, belli, puliti, pieni di gente che ci lavora, con guardie armate che ti aprono quando capiscono che vuoi entrare:
Nike, Adidas, Levi’s, Lacoste, Pizza Hut e Mc Donald’s, non manca nulla di ciò che è occidentale. Il tutto in stridente contrasto col mondo esterno, fatto di bambini che cercano di strapparti qualche rupia o qualcosa da mangiare, ragazze che ti inseguono per centinaia di metro chiedendoti anch’esse qualcosa da mangiare; donne, uomini, ognuno ha qualcosa da venderti, in qualche modo ti offrono il loro aiuto, ti sorridono, soffrono, ma questo è il loro mondo, un altro mondo.

E’ la terza volta che visito questa zona di Delhi, ho incontrato ancora la mia bimba, sempre piccola uguale, mi ha detto di chiamarsi Sunita, ma qui tutte queste ragazzine si chiamano Sunita; tiene in braccio il suo fratellino, un po’ cresciuto: nonostante tutto “stanno bene”, qui ci sono molti turisti; ti chiedono magari di comprargli un gelato o un pezzo di pizza, ti sorridono, sono sporchi, di più, ma i vestiti in qualche modo e in qualche posto li cambiano tutti i giorni. Tutti i bambini cercano di venderti un palloncino: che cosa me ne faccio di un palloncino? Mi sono sempre chiesto…
Capita spesso di trovare giovani che ti vogliono fare in qualche modo da guida, magari ti vogliono portare in qualche emporio o solo hanno piacere di fare quattro chiacchiere con uno straniero: non chiedono molto, magari ti vendono qualche cartolina o si fanno offrire un caffè nel bar in cui da soli non potrebbero forse mai entrare. E’ un mondo strano l’India, un altro mondo, in ogni senso.

Purtroppo questa volta sto a Delhi solo tre giorni per una fiera e passo le mie giornate rinchiuso nella zona fiere, Pragati Maidan.
La fiera di cui sono ospite è ben fatta, aziende locali da ogni parte dell’India espongono i loro tessuti, meravigliosi colori, meravigliose sete, cashmire, pashmine, cotone indiano di pregiata fattura: è mondo colorato quello indiano, anche se troppo spesso la polvere ne sporca le sfumature.
La fiera più importante non è quella a cui partecipo io, ma è Handicrafts and Gifts; acquirenti da tutto il mondo visitano i 12 padiglioni dedicati: è la più grande fiera del settore in Asia, quindi, forse, nel mondo. Ci sono cose da mille e una notte, tutto è organizzato in modo da venire incontro a standard occidentali, pulizia, organizzazione, servizi; c’e’ ancora molto da fare, magari alcuni cartelli segnaletici andrebbero appesi prima dell’apertura della Fiera, non il terzo o quarto giorno, ma va bene così, siamo in India.
All’uscita della fiera centinaia di taxi, decine di ragazzi che ti vogliono vendere la piantina dell’India, bancarelle di merci improvvisate, trovi tutto o quasi. Ragazzini che sbucano da ogni parte, ti seguono, ti chiedono qualche rupia, attraversano la strada senza riguardo per le auto che sembrano giganti nei loro confronti. Chissà se mai vedranno un altro mondo.

Spesso si leggono storie in cui si narra di alberghi lussuosissimi, recintati da alte mura, protetti da guardie armate, in cui dentro le mura sembra di essere in una Paradiso e fuori in un Inferno: effettivamente è così, anche se l’Inferno là fuori sembra non essere così Infernale, come si potrebbe credere a prima vista. Dentro sembra di essere in Paradiso, un altro mondo anche questo, la fuori, il caos, la confusione, il traffico, la gente, tanta gente. Dappertutto.

La sera mi piace fare quattro passi, scopro che è stata aperto un nuovo cinema, un uovo negozio di musica e video; qualcosa cambia, pian piano. Qualcos’altro probabilmente non cambierà mai, altrimenti non sarebbe più un altro mondo.

Lascio questa città un po’ a malincuore, non ho avuto la fortuna di poterla visitare almeno un po’ questa volta, ritorno in aeroporto con lo stesso autista che arriva puntuale alle 4.15 del mattino davanti il mio albergo. Lascio qualche mancia, saluto, vado via.
In aeroporto ritorno nell’altro mondo, lasciato qualche giorno prima.

Questa è un po’ Delhi, capitale di questo magnifico Continente che è l’India:

“This is India! the land of dreams and romance, of fabulous wealth and fabulous poverty, of splendor and rags, of palaces and hovels, of famine and pestilence, of genii and giants and Aladdin lamps, of tigers and elephants, the cobra and the jungle, the country of a hundred nations and a hundred tongues, of a thousand religions and two million gods, cradle of the human race, birthplace of human speech, mother of history, grandmother of legend, great-grandmother of tradition, whose yesterdays bear date with the mouldering antiquities of the rest of the nations – the one sole country under the sun that is endowed with an imperishable interest for alien priat, for lettered and ignorant, wise and fool, rich and poor, bond and free, the one land that all men desire to see, and having seen once, by even a glimpse, would not give that glimpse for all the shows of all the rest of the globe combined” (M. T.)

PS
stanotte verso le 3.45 qui a Taipei c’è stato il terremoto, sembra anche una scossa abbastanza forte il cui epicentro è stato localizzato a 100 Km da qui. Tutto intorno a me si stava movendo, ma questa volta non avevo bevuto neanche una birra. Ho avuto un po’ paura, ho chiamato la reception per sapere cosa fare, mi hanno detto: “sta finendo, non si preoccupi. Buona notte”. Sono tornato a dormire.

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  1. ispe
    6 Marzo 2005 a 14:07 | #1

    Ciao Cristiano, grazie per le tue impressioni. Mi sembra di vederti alla ricerca di una pizza…… decente ( non ti andava bene neppure quella di Carisio… ). Ormai non hai paura neppure del terremoto….. Stai attento, comunque, a cosa mangi, te lo dice il tuo medico ( veterinario, è vero, ma a volte basta l’ esperienza e non siamo tutti animali ? ). A presto, Max

  2. ingrid
    17 Marzo 2005 a 21:06 | #2

    Sono tornata dall’India il 4 marzo. Sto ancora metabolizzando. Ci tornerò, ma non subito. Un altro mondo, un altro meraviglioso mondo. Mi ha fatto piacere sentirtelo raccontare.

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