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Archivio Marzo 2005

Amici dall’altra parte del mondo

28 Marzo 2005 2 commenti


Antonio (Puglia), Silvano (Lugano), Kenia (Brasil), Roberto (Milano), Raffaella (Lugano), Johnny (Taipei), Gloria (Taipei), Thuy (Saigon), Stefano (Biella), Anita (Seoul).

Foto scattate al Ristorante Italiano “Puccini” di Seoul, “Bacco” winebar di Taipei, caffe’ “39″ di Saigon.
Molti altri amici ho incontrato durante questo viaggio; grazie a loro le mie serate sono state semplicemente straordinarie, giorno dopo giorno.

Pictures shooted at “Puccini” italian restaurant in Seoul, “bacco” winebar in Taipei, “39″ cafe’ in Saigon.
Many other friends I met during my trip; thanks to them, my nights abroad were simply wonderful, everyday.

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Ancora amici dall’altra parte del mondo

28 Marzo 2005 Commenti chiusi


Jen/Connie(Taipei), Letizia (Seoul), Maria (Seoul), Hun (Seoul), Johnny (Taipei), Gloria (Taipei), Elyana (Jakarta), Jong (Seoul).

PS
I nomi italiani delle due ragazze koreane sono nicknames dati loro dal manager del ristorante italiano dove lavorano.
E’ altresi’ usanza in Taiwan darsi un nome internazionale, spesso inglese.

PS
Italian names of the two korean girls are nicknames that the italian manager of the restaurant where they work gave them.
It’s common in Taiwan have a international name, often in english.

Ormai solo ricordi

26 Marzo 2005 2 commenti


Ciao a tutti coloro che anche questa volta hanno avuto la voglia di seguirmi in questo mio viaggio ormai terminato.
Alcune foto racconteranno una volta di piu’ cio’ che ho vissuto, visto, toccato.
A presto

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24 Marzo, Buon Compleanno Thuy, Goodbye Saigon

24 Marzo 2005 2 commenti


Lascio Saigon,

triste ed emozionato, ma anche straordinariamente felice per aver vissuto questi cinque giorni così intensamente; ogni ora, ogni minuto, ogni momento sono stati per me speciali: porterò un ricordo bellissimo di questo posto, per sempre.
“Partire è un po’ morire”, mai frase è più azzeccata per descrivere il mio stato d’animo in questo momento: un altro pezzo di Asia lasciata alle spalle, un altro pezzo di cuore lasciato lungo questo mio cammino.
Non è facile trovare le parole adatte, che forse nemmeno esistono, per descrivere i miei pensieri, ma ci proverò, ancora una volta.

Sono arrivato qui Sabato e già l’atmosfera di questo posto mi ha colpito sin dal primo momento; passato il primo giorno, immerso nel sogno di essere dall’altra parte del mondo con una persona, un’amica straordinaria, Thuy, oggi il suo compleanno, mi sono risvegliato lunedì ancora stordito.
Spesso mi capita di non rendermi conto che sono veramente dall’altra parte del mondo, anche se tutto è così profondamente diverso; a volte mi ritrovo a camminare, tra un grattacielo, un mercato, una strada polverosa, piena di gente, trafficata, dove tutti parlano una lingua diversa, incomprensibile, ma che se ascolto bene mi sembra di comprendere.
La sensazione è strana: sembra di essere sospeso a mezz’aria e tutto intorno gira e non riesce a fermarsi, ma dopo un breve attimo si ricade e tutto diventa chiaro.
E’ facile confondere le proprie emozioni quando si viaggia così tanto, quando si visitano posti così diversi in poco tempo: tutto sembra uguale, ma in meno di un secondo ci si rende conto che invece tutto è così diverso.
Saigon è una città piena di vita, la gente è in continuo movimento; chi cerca di venderti qualche frutto al bordo di una strada, chi ti saluta e cerca la tua attenzione, magari provando a darti dei consigli su dove andare, su come passare la serata, chiedendoti se hai intenzione di fare massaggi un po’ particolari, chi corre in moto, chi va in bicicletta, ma senza mai fermarsi, chi ti invita ad entrare nel ristorante e gustare le proprie specialità, chi ti sorride e sembra cercare il tuo sguardo.
E’ incredibile camminare per le strade di Saigon, mi sembra di essere una bella donna: nonostante che i turisti siano molti, la gente forse non è ancora abituata ad uno grosso con i capelli rossi: “chissà da dove viene?”.
Una delle prime domande che la gente ti fa per scambiare quattro chiacchiere è se sei cattolico o in qualche modo religioso. Poi ti chiedono da dove vieni, ma qui la gente non è curiosa, non vuole sapere ogni cosa di te, come invece molto spesso accade in India; nessuno è invadente, tutti rispettano il tuo spazio e in nessun modo ti danno fastidio.
Saigon è una città grande, senza troppi palazzi, ma con centinaia, migliaia di case in cui al piano terra c’e’ la bottega e sopra l’appartamento; a volta capita che i due luoghi si confondano e che non ci sia differenza tra l’una e l’altra.
Come un po’ in tutta l’Asia sud orientale, la città è un immenso mercato a cielo aperto: si trova tutto, letteralmente tutto in poche decine di metri.
Negozietti di alimentari, bazar di telefonia affiancati da un banco della frutta, meccanici e negozi di dolci convivono fianco a fianco, eleganti caffè, internet points, ristoranti, bar, hotel, motel, massage room, tutto si confonde l’un l’altro, tutto si mischia, ma ognuno ha il suo spazio, il suo piccolo mondo dove la gente che ci lavora passa la maggior parte della propria esistenza.
Per noi non è poi così difficile pensare di poter viaggiare, andare in giro per l’Italia, magari per l’Europa o per il mondo; qui tutto è al contrario: uscire dai confini, prendere un aereo è e resta un sogno, per la maggior parte delle persone, anche con un buon lavoro, e chissà ancora per quanto tempo.
Il mondo qui gira al contrario, non e’ difficile rendersene conto.
Nessuno sembra arrabbiato, la gente lavora sempre con un sorriso, un gesto di cortesia è cosa normale; per strada c’e’ un traffico di motociclette incredibile, indescrivibile, ma nonostante tutto mai nessuno si incazza se qualcuno ti taglia la strada, cosa normale da queste parti, o non ti da la precedenza. Io ho guidato la motocicletta e questa atmosfera posso dire di averla vissuta a pieno.
Il mondo gira al contrario, dicevo.
Le ragazze, pur avendo una pelle più scura della nostra, odiano letteralmente il sole.
Vedi ragazze andare per strada con ombrelli, ma molto più spesso in moto con cappelli, bandana, camice con maniche lunghe anche con il caldo più soffocante, per non farsi colpire dai raggi di sole, non vogliono la pelle scura, amano la pelle chiara, adorano le persone con la pelle chiara…
Il mondo gira al contrario, ancora una volta.
A scuola, primaria o di secondo grado che sia, tutti in divisa; centinaia di ragazzi e ragazze in divisa entrano ed escono dalla scuola con le loro moto o biciclette. Ogni Istituto ha una divisa che lo caratterizza, tutti hanno un’etichetta con su scritto il proprio nome.
Le divise sono semplici, pantaloni lunghi e camicia per i ragazzi, gonna sotto il ginocchio e camicia per le ragazze; non e’ di tendenza andare a scuola con l’ombelico scoperto od il tanga in evidenza!
Il mondo gira al contrario, una volta di più.
Bellissime ragazze, a volte non così belle, ma sempre gentili, fanno i massaggi per pochi dollari: un’ora di massaggi in media costa 8-10 USD, mancia esclusa. Una sauna, un idromassaggio per entrare nel clima, una doccia calda per rilassarsi un attimo e inizia il massaggio. Musica in sottofondo, aria condizionata, un lettino ed un asciugamano. Anche la massaggiatrice, naturalmente. A volte si rimane con dei pantaloncini forniti dalla sala, a volte si rimane senza…
Il massaggio e’ piacevole; gambe, braccia, schiena, collo, testa. Ad un certo punto ti ritrovi la ragazza, in perfetta divisa, gonna corta e t-shirt, che ti cammina sulla schiena e ti schiaccia una ad una tutte le ossa della schiena. Credo che mai nessuna persona mi abbia camminato sulla schiena in vita mia.
Prima della testa, la ragazza ti chiede se vuoi un massaggio un po’ più approfondito, il tutto dietro mancia (stesso costo dell’intero massaggio, più o meno); accettare o meno è discrezione del cliente, nulla è forzato, tutto deve essere spontaneo.
Alla fine, dopo un’ora di relax, il corpo sembra essere stato schiacciato da un macigno, ma poco dopo i benefici del massaggio iniziano a farsi sentire.
Naturalmente solo gli uomini fanno i massaggi, le donne non ne hanno bisogno…
Italiani qui ce ne sono veramente pochi, poche decine in tutto il Vietnam, lavorare qui non è semplice, perdere la testa invece si.

Lascio Saigon, l’Asia e tutto questo mondo che un’ultima volta sembra girare al contrario.
Con un velo di tristezza, ma con il cuore pieno di felicità per aver potuto vivere un’esperienza (non solo lavorativa), ancora una volta, straordinaria.
Good bye Vietnam, Xin Chao!

In motocicletta per le strade di Saigon- Riding the streets of Saigon on scooter

20 Marzo 2005 4 commenti


Cari amici, ancora emozionato per questa giornata straordinaria, ho deciso di scrivervi due righe.

Ieri sera sono atterrato per la prima volta in vita mia in Vietnam: Ho Chi Minh City, la vecchia Saigon, così ribattezzata, dopo la riunificazione di 30 anni fa, in onore del fondatore del Padre della Patria, Ho Chi Minh appunto.
I 28C mi hanno subito accolto appena usciti dall’aeroporto e l’escursione di oltre 20C rispetto a Seoul vi assicuro che non è stata cosa facilmente assorbibile.

Un passo indietro.
Dall’aereo vedo una città piena di luci e senza grattacieli. E’ un posto che già dall’alto sembra essere diverso dagli altri precedentemente visitati.
Scesi dall’aereo, l’atmosfera che mi accolto è stata subito del tutto particolare: un mondo a parte, soprattutto se paragonato a quella che si respira negli aeroporti di HK, BKK, Seoul e Taipei: una ventina soldati in divise vecchie di anni, che ricordano quelle dei militari russi ai tempi dell’Impero Sovietico, pronti a controllare il passaporto con tanto di visto, addetti all’aeroporto intenti a guardare tutti una Tv locale nell’unica televisione dell’immenso salone della frontiera, il carrello bagagli che mi ricorda quella dell’aeroporto di Minsk; tutto sembra essere rimasto fermo a qualche decennio or sono, invece ci si accorge subito che i tempi, anche da queste parti, stanno cambiando e molto velocemente. Un accogliente duty free aperto anche di notte, uno sportello bancario per il cambio valuta efficiente, una postazione per la prenotazione alberghiera last minute e dei taxi per arrivare in città. Insomma, vecchio e nuovo convivono, sembra, senza troppi problemi.
All’uscita dell’aeroporto un centinaio di persone ad accogliere parenti, amici, figli, fidanzati, colleghi di lavoro, ma nessuno si permette di avvicinarti per “rubarti” il carrello, per chiederti una mancia, darti un passaggio sino in albergo. Tutti attendono, nessuno alza la voce, non c’e’ caos: da queste parti è cosa che si nota subito.
La mia macchina mi aspetta, un ragazzo mi guida sino in albergo e nel breve viaggio mi racconta parecchie cose su questo Paese in un certo senso unico; la prima cosa che imparo di questa terra è che ci sono due stagioni nel corso dell’anno: la stagione delle piogge e quella del riso (quello che si mangia…)
Fra poche settimana si festeggeranno i 30 della riunificazione, i preparativi sono cominciati da tempo.

Arrivato in albergo, nonostante fosse quasi l’una di notte e dopo un viaggio di parecchie ore, non esito un momento ed esco, voglio vedere un piccolo pezzo di questa città tante volte descritta nei film di guerra sul Vietnam.
Le strade non sono molto trafficate, la maggior parte dei locali chiude alle 24.00, mentre solo pochi rimangono aperti sino a notte inoltrata.
Vado a bere una birra in un locale frequentato per la maggior parte da stranieri che lavorano da queste parti e uomini d’affari che stanno qui per pochi giorni. Ci sono anche turisti.
Oltre agli stranieri, molte ragazze vietnamite, ci sono più ragazze che ragazzi (proprio come nei locali biellesi!?!), ragazze che cercano di arrotondare lo stipendio o pagarsi gli studi. Non vi sto a raccontare come.
Dopo un po’ vado a dormire.

Domenica mattina mi sveglio prestissimo, un’amica mi viene a prendere in albergo, andiamo alla messa delle 7.30: lei è cattolica e ci tiene a portarmi in Chiesa. E’ molto che non entravo in una Chiesa ed anche se la messa era in lingua vietnamita e capivo solo la parola Amen, l’atmosfera di festa mi è piaciuta.
Per arrivare alla chiesa, attraverso una piccola strada che racchiude in 200 metri un piccolo mondo: sono le 7 del mattino di domenica e tutti sono già in piedi, vedi bambini mangiare, vecchiette vendere frutta e verdura, gente fare le pulizie, ragazze lavare i capelli a signore di mezza età; le case sono aperte, sembra che non abbiamo niente da nascondere e che chiunque sia il benvenuto. Una selva di motociclette mi circonda, mi scansa, ma mai neanche mi sfiora, per fortuna.

Le motociclette.
Non credo di aver mai visto in vita così tante motociclette per strada; passano ovunque, le strade sono trafficatissime di scooter in cui puoi vedere 1, 2, 3, 4, 5 persone sopra, intere famiglie, papà che guidano col bimbo più grande seduto davanti e la moglie con in braccio il bimbo più piccolo seduta dietro. Il casco non so se è obbligatorio o meno, ma nessuno lo usa. La motocicletta è il mezzo in assoluto più diffuso, poi ci sono le bici, poi le macchine. Pochissime macchine, qualche taxi, qualche furgone. Scooter dappertutto: decine, centinaia, migliaia in strade non larghissime, in cui se ci fossero tante macchine quanti scooter tutto sarebbe inevitabilmente bloccato.
E’ bellissimo fermarsi e guardare chi guida lo scooter: non c’e’ distinzione sociale, tutti ne hanno uno e tutti lo usano per andare al lavoro, per uscire con gli amici, con le ragazze, con la famiglia. Esistono immensi parcheggi destinati alle motociclette; per poche migliaia di Dong hai il posto assicurato e qualcuno che ti sorveglia la moto. Spesso e volentieri l’addetto al parcheggio scrivo con un gesso bianco sulla sella o sul fronte dello scooter il numero d’ordine di parcheggio.
La città è più vivibile, rumore a parte, poco inquinata, se paragonata con le altre città asiatiche, con un traffico scorrevole; è proprio questa la bellezza di una città che si sposta in motocicletta: non ci sono mai ingorghi, code allucinanti e attese nel traffico.
Tutto scorre ai 50 Km/ora.

La città non ha particolari attrazioni turistiche, ma è affascinante; negozi di telefonia dal design ricercato (da noi non ce ne sono), centri commerciali raffinati si affiancano a piccoli negozi, mercati, dove puoi trovare di tutto. Anche qui c’e’ il mercato notturno e nonostante che sia domenica, tutti i negozi rimangono aperti sino alle dieci di sera.
Non esiste il Mc Donald’s (non ne ho proprio visti), ma ci sono centinaia di bar e coffee shop; locali di tendenza, discoteche, locali per “foreigners” e locali frequentati da vietnamiti.
Nonostante che qui lo stipendio medi si aggiri sui 150USD al mese, la vita c’è, si vede e tutti (o quasi) sembrano godere di un’economia che tutti danno in forte crescita nei prossimi anni.
Ho mangiato noodles con beef per colazione, ho pranzato con carne alla brace, ho cenato a base di pesce alla griglia; la giornata, tra un giro in moto, un caffè, una bibita ed un po’ di shopping è stata straordinaria; tutto grazie alla mia amica Thuy, la mia amica di Saigon che mi ha fatto da guida per una giornata iniziata al mattino prestissimo e finita con un delizioso gelato in un caffè che si chiama “ciao”.

On the streets of Saigon riding a motorbike

Dear friends of mine, even if I am still touched for this wonderful day, I decided to write you something.

Last night I landed in Vietnam for the first time in my life; Ho Chi Minh City, the old Saigon, so called after the reunification made by Ho Chi Minh in 1975.
28C in the atmosphere welcomed me after I left the airport, 20C more than in Seoul: you can imagine the difference.

A step behind.
From the aircraft I saw a city full of lights but with no skyscrapers. It?s a different place, compared with the ones previously visited in Asia.
When I got off from the aircraft, I tasted a particular atmosphere: another world if compared with that one I saw in the airports in HK, BKK, Seoul, Taipei; about 20 soldiers, wearing aged uniforms that remind me those one who used to wear Russian armies during the Soviet Empire, ready to check the visa, airport staff all concentrated watching a show on the only TV inside the big border hall, the baggage claim which reminds me that one in Minsk airport.; everything seems to be stuck 30 years ago, but you can suddenly notice that even here times are changing very fast.
There are a nice 24 hours open duty free, an efficient money change office, a last minute hotel booking desk and a taxi reservation desk. Old and new live together apparently without any problems.
At the arrival exit, hundreds people are waiting for relatives, friends, boyfriends and girlfriends, business men; nobody try to steel your trolley, nobody asks you a tip, nobody try to carry you for a lift to the city centre. Everybody is quite, nobody screams: here it?s something you can easily notice.
My hotel car is waiting for me outside the airport, a guy tells me few things about this unique Country while he is driving me to the hotel; the first thing I learned is that in Vietnam there are two seasons only: the rainy season and the rice season.
Within few weeks here people will celebrate the 30th anniversary of the reunification.

I arrived to hotel around 1 am and after a while, even if tired for the long flight, I went out to visit a small piece of this city so many times described by many movies on Vietnam war.
Streets are not crowded, most of the places close at midnight, only few stay open till late.
I went for a beer in a club full of foreigners and business men. I noticed some tourists too.
There were many Vietnamese girls, more girls than men (like in our clubs in Biella?!?!), girls who try to make some money for paying their studies. I don?t tell you how they do.
I went back hotel and I fall asleep.

On Sunday morning I woke up very early, my dear friend Thuy came to my hotel to pick me up and we went to the Church at 7.30 am. She?s catholic; she wanted me to bring to see the Mass. It?s been long time I did not go to Church for a Mass, but even if the priest spoke Vietnamese and I could not understand only the word amen, I could notice the joyful atmosphere that I liked so much.
To reach the Church I passed through a small street, the street seems to be a small beautiful world; 7 am on Sunday morning and everybody is already awake. You can see children having the breakfast, old women sell some fruit and vegetables, people cleaning their houses, girls washing hair to middle age women; the houses are open, it seems that none has something to hide and everybody is welcome.
An uncountable number of motorbikes surrounded me, overpasses me, but never even touched me.

Motorbikes
I?ve never seen so many bikes in all my life on the streets; they pass everywhere, streets are crowded of scooters with 1,2,3,4 and even 5 people on, whole families, daddies who drive with their kids sitting in front of them and wives on their back keeping on her hands a baby. The helmet is not mandatory, therefore nobody uses it. Motorbikes are the number one way for transportation, after them you can find bicycles and at the end cars. Very few cars, some taxis, some vans. Scooters are everywhere, dozens, hundreds, thousands motorbikes are riding in quite small roads where if there were as much cars as scooters, everything should be stuck.
It?s amazing staring at the scooters drivers; there are no social differences, everybody has got at least one motorbike and everybody uses it for going to work, hanging out with friends, with girlfriends, with families. There are huge parking areas for scooters only; few thousand Dong (Vietnamese currency) and you can have a place where to put your scooter without any problems. The parking staff usually writes the position number with a white chalk on the seat of your scooter.
The city is more easy living than the others I visited before, a bit noisy, but not so polluted; traffic is not bad. This is what I like of a city which is moving with scooters: no traffic jam, no long cues, no wasting time stuck in the traffic.
Everything runs at 50 km per hour.

The city has no particular touristy attractions, but it is fascinating; trendy designed mobile shops (we don?t have them in Italy), luxurious shopping malls near small shops, markets where you can find whatever you are looking for.
There are night markets also here and all shops stay open ?till 10 pm even on Sunday.
There are no McDonald?s (I’ve never seen any), but there are hundreds bars and coffee shops, trendy clubs, discos, places both for foreigners and for local people.
Despite of the fact that the average monthly salary is about USD150, life is alive and almost everybody seems to take an advantage of the fast growing economy.
I ate noodles for breakfast, I had BBQ meat for lunch, I tasted BBQ fish for dinner; this day has been simply wonderful: I went around the city seated on motorbike, I had several coffees, I drank some soft drinks and I did a bit of shopping. Everything I did, I did it thanks to my dear friend, Thuy, my special friend from Saigon who drove me around the city during the whole day: we started at 7 in the morning and finished with a delicious ice cream in a coffee shop called “ciao”.

Il koreano, ovvero i koreani si capiscono tra di loro quando si parlano?

19 Marzo 2005 1 commento


La lingua koreana.

C’era una volta una nazione, la korea, un po’ stato, un po’ provincia cinese, un po’ feudo giapponese: insomma non si è mai capito un cazzo cosa fosse realmente questa appendice dell’immenso continente asiatico.
Praticamente non esisteva una vera e propria lingua koreana, nonostante che questo stato fosse in qualche modo riconosciuto; non ditelo però ai giapponesi, che considerano la korea una loro “creazione”. Stessa cosa dicasi per i koreani nei confronti dei loro amati-odiati cugini.

In effetti la lingua koreana ha molte affinità con quella giapponese, la grammatica e’ molto simile, cambia la pronuncia: molto più complicata, soprattutto per noi europei, di quella giapponese.

Torniano alla genesi della lingua koreana.
Sembra che un giorno, uno dei tanti Imperatori (probabilmente si chiamava Kim o Lee) che hanno governato questo Paese qualche centinaio di anni fa si sveglia con un’idea in testa; stufo di non avere una lingua propria della sua grande nazione, decide che va creata in qualche modo un nuovo idioma: il koreano.
Chiama un gruppo di cosiddetti saggi, altrimenti detti anche pool di cervelli koreani, e gli detta poche e semplicissime regole del suo progetto; la lingua sarebbe dovuta essere:
1. semplice da scrivere
2. di facile grammatica
3. diversa sia dal cinese che dal giapponese

Il gruppo di lavoro si mette al lavoro, naturalmente.
Passa un po’ di tempo e l’idea del grande Imperatore si trasforma in realtà. La lingua koreana e’ nata: da quel giorno, di cui ignoro completamente la collocazione temporale, tutti avrebbero dovuto parlare il koreano.
La lingua era costruita, con tanto di alfabeto fonetico, grammatica e regole ben definite; i tre obiettivi erano stati brillantemente raggiunti e l’Imperatore era soddisfatto del lavoro compiuto da quei onorevoli signori.
La nuova lingua parlata differiva in maniera molto netta dai due idiomi confinanti, cinese e giapponese, l’alfabeto era tutto sommato di semplice costruzione e la grammatica lasciava molto spazio alla fantasia.
Infatti, dopo qualche tempo, ci si accorse che la nuova lingua creata ad hoc, era talmente semplice che mancava di regole di base per far si che la lingua fosse anche uno strumento efficace di comunicazione.
Infatti, mancando di alcuni particolari, come il plurale, l’”io”, il “tu”, la comprensione risultava molto difficile e tra gli stessi koreani un po’ di confusione si creava. Un esempio su tutti.
La frase in italiano “Ho due figlie”, che sta a significare che sono padre/madre di due femmine, in koreano è praticamente intraducibile. Loro dicono qualcosa del tipo “Io figlio” (naturalmente senza utilizzare l’io, ma intuendo che quello che parla è il soggetto), ma non lascia capire all’interlocutore ne quanti figli, ne di che sesso essi siano; infatti la cosa viene scoperta man mano che l’interlocutore fa delle domande precise, del tipo: “quanti figli hai?”, “sono maschi, femmine?”.
Per comprendere quindi il significato di una comune conversazione, bisogna farsi continuamente delle domande l’un l’altro; il ciò rende il tutto difficile e complicato ed è per questo che posso dire e finalmente è anche dimostrato, che i koreani quando si parlano non si capiscono. Io mi ero posto questo dubbio più di una volta, ora ne ho la certezza.

La storia è un po’ romanzata, un po’ inventata, ma i contenuti corrispondono al vero; ci tengo sottolineare la cosa per non creare confusioni o essere tacciato di troppo semplicismo nei confronti di una lingua che, a detta di molti, è molto affascinante; io non la conosco, ma ad orecchio non mi piace affatto. Ma questa è un’alta storia.

Lascio Seoul ed il suo mondo fatto di super locali alla moda semideserti, di discoteche senza gente che balla, di starbucks, 7 eleven, mega shopping mall, lotte world, cineplex, traffico, taxi che non ti caricano se non devi almeno fare 30 km di strada o se non prometti loro un compenso almeno triplo rispetto la normale tariffa, di ragazze timide, di ragazze sorridenti, di occhi a mandorla a volte dolcissimi, ma troppo spesso freddi, di persone gentili, di uomini che si riempiono di soju, che amano i karaoke e le ragazzine che gli ballano sulle ginocchia, di whiskey, di clienti gentili e clienti maleducati, di persone che cercano, nonostante le difficoltà linguistiche, di metterti a tuo agio e di altri che fanno finta di non capire l’inglese, ma che lo parlano perfettamente, di ragazze gentilissime dal nickname italiano nel mio ristorante preferito, il Puccini di Gangnam, di migliaia di persone che fanno shopping, di vecchiette che vendono frutta e specialità koreane nelle migliaia di chioschi che ci sono ai bordi dei marciapiedi, di immense strade a 8 corsie e di stradine su salite del 20%, che sembra di essere in montagna, di pochi stranieri, di quartieri pulitissimi, di senso civico, di uomini che lucidano le scarpe, di studentesse che arrotondano ballando seminude per uomini di mezza età, di Hotel-Motel a ore con parcheggi nascosti da tendoni, di auto di clienti con le targhe coperte, di bus che vanno come dei pazzi, di una metropolitana immensa, di grattacieli immensi, di gente che stenta ad arrivare a fine mese e di gente ricchissima, di migliaia di insegne luminose, di un fascino che stenta a farsi apprezzare, di gente che mangia a tutte le ore, di gente, tanta gente che vive, sopravvive, parla al telefono, corre, lavora, tira avanti, ascolta musica MP3, ma che troppo spesso manca di un sorriso. Questa è la mia Seoul.

Bacco, Hot Spring & Taipei

13 Marzo 2005 2 commenti


Oggi lascio Taipei, capitale di Taiwan.
Oggi sono un po’ triste, piove, fa abbastanza freddo per essere da queste parti in questa stagione… il modo ideale per un arrivederci ad una città che mi piace vivere.

Due modi per godere di questi posti in maniera diversa dall’ordinario.
Bacco.
Un piccolo wine bar, atmosfera elegante, ogni dettaglio è curato nei minimi particolari, non sembra di essere in un locale asiatico. Puoi trovare il miglior whiskey scozzese o un ottimo vino australiano, il vino italiano non l’ho mai ordinato: troppo caro e voi sapete quanto sono tirchio.
Il locale dall’esterno non disturba, quasi non si vede, una sola insegna a neon rosso indica che oltre la porta ci si potrebbe trovare in un luogo in cui gli ingredienti sono ottima musica in sottofondo, gente amichevole e cordiale, amici con cui fare quattro chiacchiere.
Due giovani ragazzi gestiscono questo locale, apre alle 7 di sera e chiude la mattina successiva alle 4, 5, 6, non c’è un orario preciso.
Ci si può sedere al banco e magari fare una partita a dama cinese con Johnny, oppure sedersi in comodi divanetti e gustare degli strani spaghetti croccanti preparati da Gloria.
La musica si diffonde nel piccolo locale e si miscela con una fioca luce rossa che ti permette di rilassarti, goderti un po’ di pace e fare quattro chiacchiere, senza disturbare nessuno; nessuno parla a voce alta, come si usa da queste parti, nessuno urla o disturba in qualche modo l’atmosfera. Lì dentro ci si dimentica del mondo caotico che c’è la fuori. Un posto ideale per rilassarsi e godersi se stessi senza doversi preoccupare del prima e del dopo. Ci si ferma un attimo. Il mondo corre. E’ bello fermarsi… ogni tanto.

Hot Spring
Sono le terme, abbondano qui a Taiwan.
Appena si lascia la città e ci si dirige verso le montagne che la circondano, tutto cambia, sembra di essere in tutt’altro posto.
Il fiume, blu come un cielo estivo, fa da cornice a questa fonte naturale.
Si può stare qualche giorno, come qualche ora, magari in dolce compagnia.
Affitti una stanza privata dove dentro c’è una vasca che piano piano è riempita di acqua calda, bollente; ci si immerge dentro piano, sempre con lo sguardo rivolto verso la verdissima collina che costeggia il fiume.
Sensazioni di tranquillità, pace e benessere ti avvolgono. Anche qui il tempo sembra fermarsi, almeno per un po’.
Immerso nell’acqua che scorre calda avvolgendoti in una sensazione di stordimento e serenità; un catino di legno ti serve per versarti l’acqua termale addosso, per godere dei profumi e delle sensazioni che solo l’acqua sa darti.
Apri la finestra, fuori piove e fa freddo, prendi un po’ di acqua dalla vasca esterna, fredda, ma non gelida, te la versi addosso: brividi di freddo misti a quelli del caldo in cui sei immerso ti risvegliano, almeno per un momento. Hai voglia di dormire, di chiudere gli occhi e non pensare a nulla, di stenderti per un po’ e magari di sentire un massaggio rilassante avvolgerti il corpo.
Ritorni in acqua. Il telefono squilla, è passata l’ora. Il tempo per una doccia.
Si va a mangiare e si parla sottovoce dell’esperienza appena goduta. Non c’è fretta. Ogni portata va gustata. Un’insalata, una zuppa di cipolle (buona), un filetto di carne, il dessert ed un te sono la giusta conclusione di questa magnifica esperienza.
E’ ora di tornare in città. Piove, fa freddo, ma non importa.

Anche questa è Taipei, Taiwan, questo piccola isola di proprietà della grande Cina.
Non solo immensi centri commerciali, grattacieli, multisale, karaoke.
C’e’ ancora spazio per le tradizioni.
Non di rado capita di vedere di fronte a negozi, banche, uffici, dei tavoli con sopra regali, frutta, dolci, incensi destinati al proprio Dio che ti protegge.
Non di rado capita di vedere vecchiette vendere patate di fronte l’ingresso di un negozio scintillante di luci e colori.
Non di rado si vedono ragazzine guardarti con occhi sgranati, occhi da orientale, ed accennarti un timido sorriso.
Non di rado capita di trovare persone che ti danno il benvenuto quando entri in un locale.
Non di rado capita di entrare in un locale e centinaia di ragazze ballare e magari sperare in un’avventura con uno straniero.
Non di rado sembra di essere dall’altra parte del mondo e questa sensazione a volte è viva, presente e strana da provare.
Non di rado si prova l’esperienza di vivere il terremoto, una volta per ora è stata sufficiente.
Questa è Taipei, questa è l’Asia. Un mondo totalmente diverso dal nostro, non c’è dubbio.
Ogni giorno ne ho la conferma.

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Io la penso cosi’

12 Marzo 2005 1 commento

Io non sono di destra, centro o sinistra.
Non sono per la guerra per nessun motivo, ma non sono neanche pacifista a tutti i costi. Di pacifisti convinti non sento la mancanza.
Di dittature in questo mondo ce ne sono troppe, ma anche di false democrazie.
Di chi ha voglia di rischiare la vita per fare “giornalismo” non me ne frega niente, lo fanno solo per soldi e onori. Gli ideali lasciamoli a chi ha cambiato veramente il mondo.
Odio gli antiamericani convinti, ma non per questo credo che gli stati uniti debbano imporre la propria forza. Comunque meglio essere “suddito” americano che dover cambiare la forma dei miei occhi.
Le persone come la giornalista del Manifesto, le due simone o i quattro “mercenari” non meritano la mia attenzione se non in piccola parte, ma solo per la curiosità di capire come la pensa la gente di ciò che è accaduto. Hanno fatto una scelta, hanno rischiato, gli è andata bene, meno che ad uno, cazzi loro.
Non si spaccino per portatori della verità, perché nessuno lo può essere: ognuno ha le proprie idee, l’importante che vengano portate avanti nel rispetto di quelle degli altri, magari di segno opposto.
Terroristi, rivoluzionari, resistenti: sono termini inventati dalla stampa o dalla politica, a seconda di come si voglia definire le persone che commettono comunque un reato. Io non sono ipocrita.
Non me ne frega un cazzo dei riscatti pagati per liberare gli italiani (sempre ci siano stati): purtroppo la verità non la sapremo mai. Ci potremo solo fare un’idea del tutto personale di quello che accade in queste situazioni. Informandoci, leggendo, viaggiando, comunicando.
Quando sono successi i fatti delle simone io ero in Asia, ora sono ancora in Asia: non avete idea di quanto sia contento di non dover sopportare nell’ordine:
telegiornali italiani
la prova del cuoco
bruno vespa
il grande fratello
l’isola dei famosi
la fattoria
striscia la notizia
e tutti i politici da Bertinotti a Pannella.

L’Italia è ancora un posto dove per fortuna si sta bene, manderei un po’ di persone a vivere per un po’ di tempo in qualche paese di questo bellissimo continente che è l’Asia: a scelta, korea compresa, così magari il kimchi aiuta ad aprire un po’ gli occhi di quanto siamo fortunati noi a fare polemiche su queste cazzate, quando invece a poche ore di aereo da casa tua il mondo è tutt’altro che il festival della canzone italiana. E la gente muore per davvero, senza neanche sapere perché, bambini, troppi bambini, compresi.

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Delhi, così, un po’, semplicemente.

6 Marzo 2005 2 commenti


Dopo aver lasciato da qualche giorno Delhi,

mi piace scrivervi ancora qualcosa di questa città dai mille volti.

Arrivati in aeroporto sembra di entrare in un mondo a parte ed in effetti dell’India si può dire di essere in un altro mondo. Ci si trova subito a confronto con questo Paese così diverso e così unico.
Più di un’ora di coda per il controllo passaporto, ma, a differenza di ciò che capita in Italia (a Fiumicino ti fanno stare in coda 1 ora per entrare nel tuo Paese), qui la gente non è arrabbiata o insofferente, tutto procede con estrema serenità: la cosa è strana, sono le 2 di notte e centinaia di persone, giunte da Europa, Asia, Stai Uniti, sono accodate, ma rilassate. Che sia un altro mondo?
Superi il controllo, il funzionario di pulizia ti sorride e ti augura buona permanenza in India, e, cosa inaspettata e sorprendente, trovi i bagagli ordinati, pronti per essere recuperati: qualcuno li ha disposti e divisi con cura, cosa incredibile, siamo in India.

Il clima alle 3 e mezza del mattino sono piacevole, 15C e si sta veramente bene; per la prima volta indosso una giacca in India, strano, ma vero. Usciti dall’area bagagli, ti trovi proiettato in una realtà che tentare di descrivere è cosa ardua: decine e decine di persone con cartelli scritti in tutte le lingue sono lì ad aspettare gli ospiti stranieri; altrettante persone tentano di “sequestrarti” per portarti con i loro mezzi, a prezzi decisamente alti, nell’albergo da te prenotato. E’ un tale caos, che però ha un senso, un ordine, un unico filo conduttore: siamo in un altro mondo.
Il mio autista mi aspetta da più di un’ora, sembra essersi appena svegliato e probabilmente e così, però è lì che mi aspetta, con un pezzo di cartone, con su scritto il mio nome, che sembra essere stato usato in non so quali altre circostanze.
Esco con lui, mi porta il carrello con i bagagli e mi dice di aspettarlo in un punto preciso: lui va a recuperare l’auto.
Passano 5, 10, 20 minuti, mi guardo intorno e tutto è un continuo viavai di persone, taxi, bus, auto, furgoncini, rickshaw, moto, mucche (poche a dire il vero): sono a Delhi, India, alle 4 del mattino.
Aspetto, la macchina arriva, è un ambassador: auto di Stato che ricorda i fasti dell’Impero Inglese. La mia non è molto fasta, ma va bene così, sono in un altro mondo.
Il viaggio verso l’albergo inizia, sono quasi le 4 del mattino, il traffico è intenso, raggiungiamo l’albergo. L’autista mi da il suo biglietto da visita e mi chiede di chiamarlo il giorno della partenza. Così ho fatto.
La stanza d’albergo non è stata prenotata!!! 4 e mezza del mattino e non saper dove andare a dormire… Alla reception il ragazzo mi riconosce, sono già stato lì altre due volte lo scorso anno e mi cerca un letto dove dormire: vado all’Hotel Broadway, ma di Broadway neanche l’ombra. In strada la gente dorme, ognuna ha una coperta, centinaia di persone dormono o riposano, non fa freddo, non fa caldo, ma che differenza fa?
Non credo di aver mai visto tante persone dormire per strada come mi è capitato in India, ma qui siamo in un altro mondo, è una cosa normale.
Dormo.

Il mattino verso le 9 mi sveglio e vado nell’albergo prenotato, con giorno di ritardo, ma non fa nulla: per questa volta mi sono in qualche modo arrangiato.
La stanza non è ancora pronta, vado a fare colazione, Barista Coffee.
Ormai conosco la zona, Connaught Place, il cuore della New Delhi, quello che diventerà il terminal principale della nuova metropolitana, zona di antichi splendori con i suoi palazzi che ricordano tempi ormai andati. Mi piace questa zona. Tutto è caotico, auto, moto, tuc tuc, persone, attraversare le strade è cosa assai pericolosa, ma questo è il mondo chiamato India. Qui le cose funzionano così. Non bisogna avere la presunzione di poterle cambiare, non avrebbe senso.
I negozi ci sono tutti, belli, puliti, pieni di gente che ci lavora, con guardie armate che ti aprono quando capiscono che vuoi entrare:
Nike, Adidas, Levi’s, Lacoste, Pizza Hut e Mc Donald’s, non manca nulla di ciò che è occidentale. Il tutto in stridente contrasto col mondo esterno, fatto di bambini che cercano di strapparti qualche rupia o qualcosa da mangiare, ragazze che ti inseguono per centinaia di metro chiedendoti anch’esse qualcosa da mangiare; donne, uomini, ognuno ha qualcosa da venderti, in qualche modo ti offrono il loro aiuto, ti sorridono, soffrono, ma questo è il loro mondo, un altro mondo.

E’ la terza volta che visito questa zona di Delhi, ho incontrato ancora la mia bimba, sempre piccola uguale, mi ha detto di chiamarsi Sunita, ma qui tutte queste ragazzine si chiamano Sunita; tiene in braccio il suo fratellino, un po’ cresciuto: nonostante tutto “stanno bene”, qui ci sono molti turisti; ti chiedono magari di comprargli un gelato o un pezzo di pizza, ti sorridono, sono sporchi, di più, ma i vestiti in qualche modo e in qualche posto li cambiano tutti i giorni. Tutti i bambini cercano di venderti un palloncino: che cosa me ne faccio di un palloncino? Mi sono sempre chiesto…
Capita spesso di trovare giovani che ti vogliono fare in qualche modo da guida, magari ti vogliono portare in qualche emporio o solo hanno piacere di fare quattro chiacchiere con uno straniero: non chiedono molto, magari ti vendono qualche cartolina o si fanno offrire un caffè nel bar in cui da soli non potrebbero forse mai entrare. E’ un mondo strano l’India, un altro mondo, in ogni senso.

Purtroppo questa volta sto a Delhi solo tre giorni per una fiera e passo le mie giornate rinchiuso nella zona fiere, Pragati Maidan.
La fiera di cui sono ospite è ben fatta, aziende locali da ogni parte dell’India espongono i loro tessuti, meravigliosi colori, meravigliose sete, cashmire, pashmine, cotone indiano di pregiata fattura: è mondo colorato quello indiano, anche se troppo spesso la polvere ne sporca le sfumature.
La fiera più importante non è quella a cui partecipo io, ma è Handicrafts and Gifts; acquirenti da tutto il mondo visitano i 12 padiglioni dedicati: è la più grande fiera del settore in Asia, quindi, forse, nel mondo. Ci sono cose da mille e una notte, tutto è organizzato in modo da venire incontro a standard occidentali, pulizia, organizzazione, servizi; c’e’ ancora molto da fare, magari alcuni cartelli segnaletici andrebbero appesi prima dell’apertura della Fiera, non il terzo o quarto giorno, ma va bene così, siamo in India.
All’uscita della fiera centinaia di taxi, decine di ragazzi che ti vogliono vendere la piantina dell’India, bancarelle di merci improvvisate, trovi tutto o quasi. Ragazzini che sbucano da ogni parte, ti seguono, ti chiedono qualche rupia, attraversano la strada senza riguardo per le auto che sembrano giganti nei loro confronti. Chissà se mai vedranno un altro mondo.

Spesso si leggono storie in cui si narra di alberghi lussuosissimi, recintati da alte mura, protetti da guardie armate, in cui dentro le mura sembra di essere in una Paradiso e fuori in un Inferno: effettivamente è così, anche se l’Inferno là fuori sembra non essere così Infernale, come si potrebbe credere a prima vista. Dentro sembra di essere in Paradiso, un altro mondo anche questo, la fuori, il caos, la confusione, il traffico, la gente, tanta gente. Dappertutto.

La sera mi piace fare quattro passi, scopro che è stata aperto un nuovo cinema, un uovo negozio di musica e video; qualcosa cambia, pian piano. Qualcos’altro probabilmente non cambierà mai, altrimenti non sarebbe più un altro mondo.

Lascio questa città un po’ a malincuore, non ho avuto la fortuna di poterla visitare almeno un po’ questa volta, ritorno in aeroporto con lo stesso autista che arriva puntuale alle 4.15 del mattino davanti il mio albergo. Lascio qualche mancia, saluto, vado via.
In aeroporto ritorno nell’altro mondo, lasciato qualche giorno prima.

Questa è un po’ Delhi, capitale di questo magnifico Continente che è l’India:

“This is India! the land of dreams and romance, of fabulous wealth and fabulous poverty, of splendor and rags, of palaces and hovels, of famine and pestilence, of genii and giants and Aladdin lamps, of tigers and elephants, the cobra and the jungle, the country of a hundred nations and a hundred tongues, of a thousand religions and two million gods, cradle of the human race, birthplace of human speech, mother of history, grandmother of legend, great-grandmother of tradition, whose yesterdays bear date with the mouldering antiquities of the rest of the nations – the one sole country under the sun that is endowed with an imperishable interest for alien priat, for lettered and ignorant, wise and fool, rich and poor, bond and free, the one land that all men desire to see, and having seen once, by even a glimpse, would not give that glimpse for all the shows of all the rest of the globe combined” (M. T.)

PS
stanotte verso le 3.45 qui a Taipei c’è stato il terremoto, sembra anche una scossa abbastanza forte il cui epicentro è stato localizzato a 100 Km da qui. Tutto intorno a me si stava movendo, ma questa volta non avevo bevuto neanche una birra. Ho avuto un po’ paura, ho chiamato la reception per sapere cosa fare, mi hanno detto: “sta finendo, non si preoccupi. Buona notte”. Sono tornato a dormire.

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