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Quando un piatto di spaghetti ti fa sentire più vicino a casa

14 Settembre 2004

Eccomi di nuovo online,

dopo una decina di giorni passati a girare l’India, finalmente qualche ora per godere di questa meravigliosa invenzione che è la posta elettronica.
Tra Olimpiadi, abitudini balneari degli italiani e buongiorno di gramellini, mi sembra che tutto sommato dalle vostre parti si stia abbastanza bene: mi fa piacere.

Ci eravamo lasciati a Mumbai, Bombay per i nostalgici inglesi, e la sua visione; ora mi trovo esattamente dalla parte opposta dell’India ed un poco più a sud, Chennai (Madras, sempre per i nostalgici inglesi che oggi hanno celebrato da queste parti la giornata dedicata al passato), sulla costa est, a ridosso dell’Oceano Indiano. Finite le nozioni di geografia, faccio un salto nelle passate due settimane.
Lasciata Mumbai, dopo un viaggio di otto ore in prima classe sulle ferrovie indiane, mi trovo come per incanto nella città di Ahmedabad: 2/3 milioni di abitanti, confusi tra la polvere, il traffico micidiale ed un inquinamento tipico di questa parte di mondo. E noi che perdiamo il sonno per la raccolta differenziata…
Nulla da segnalare, se non che qui il monsone non ha fatto molti danni.
Dopo una serata passata sulla nuovissima Express Way, a gift from the honourable Indian President, che collega due città “inutili”, mi ritrovo di nuovo su di un treno, sempre di prima classe, sempre delle Ferrovie Indiane. Qui mi tocca aprire una parentesi. (sembra che ogni giorno in India, il 20% della popolazione usi il treno come unico o principale mezzo si trasporto: il che significa a spanne 250 milioni di utenti quotidiani! ogni paragone con le nostre ferrovie sarebbe inutile).
Comunque, dopo un’altra notte passata in treno, in modo abbastanza confortevole, arrivo a Delhi, la capitale.
Megacittà, di cui ho già parlato qualche mese fa. Da notare solo una cosa: un tratto della metropolitana sta viaggiando, ma sembra che nessuno la utilizzi… boh!?!
Due giorni a Delhi, dove ho incontrato di nuovo la mia piccola amica Sunita e fratellino, che adesso cammina e via per nuovi lidi, tra cui Ludhiana, città che viene definita sporca dagli stessi indiani. No comment.
Non credo di aver mai visto un casino così concentrato di macchine, pedoni, biciclette, motorini, tuc tuc, camion e quant’altro crei caos e casino: fino alle 9 di sera, poi tutti a letto! Passati due giorni in questo angolo di paradiso, mi spingo su a Nord Est, sino al confine con il Pakistan. Confine che non ho avuto modo di varcare, per la gioia di Stefano. Amritsar, città nella polvere. C’e’ un tempio bellissimo, il Golden Temple. Si entra a piedi nudi, un po’ come in tutti in templi qui in india.
Dentro le mura che circondano il tempio c’e’ una vasca gigantesca dove si può anche fare il bagno per purificarsi, ma solo spirito… per il resto credo sia meglio farsi una doccia. In mezzo a questa vasca, c’e’ il Tempio vero e proprio: tutto in oro. Spettacolare.
La gente raggiunge il tempio tramite una passerella e dopo una lunga coda. Io da perfetto italiano, ho saltato la lunga coda… ma poi mi sono purificato del peccato commesso.
Dentro ci sono tre tipi che cantano e suonano, ma non canzonette, bensì alcune litanie inascoltabili alle nostre orecchie. Tutto sembra irreale e per me che non ho ancora avuto il tempo di visitare nulla sino a quel momento, l’aria che si respira in quel posto è un concentrato di ciò che è l’India: pace, tranquillità, gente che corre, che si muove, tanta gente, religione, credenze, rispetto per le divinità, preghiera, denaro, purificazione dello spirito… incredibile!
Lasciata questa città, mi aspettano 500 Km di auto alla media di 50 Km su strade “statali” indiane.
Da segnalare per futuri turisti.
Non c’e’ pericolo di non trovare posti per acquistare viveri, bere, prendere un caffè sulle strade indiane. Ogni 500 metri e questo può sembrare incredibile, c’e’ un chiosco, un “bar”, qualcosa che ti permette di fare una sosta e sgranchire le gambe. Altro che Autogrill, che se ti trovi sulla Gravellona – Alessandria ce n’e’ uno ogni 50 KM! Bisogna soltanto fare attenzione a dove si mettono i piedi, perché le mucche non mancano mai.
Non è possibile, invece, fermarsi sulla Express way citata prima.
Altra cosa: ingerire 30 gocce di valium prima di mettersi in viaggio, perché lo stile di guida indiano è decisamente qualcosa che nella vita bisogna provare e sperare poi di poterlo raccontare.
Tra una Regione e l’altra, c’e’ una specie di casello dove si paga un pedaggio.
Curiosità: in due serate, più o meno nella stessa zona, siamo stati fermati dalla polizia di dogana. Per essere in un Paese di più di un miliardo di abitanti, mi sembra una coincidenza degna di nota. Motivo: boh!!! Comunque, pagata una tangente di 50 rupie (90 centesimi Euro) la prima sera ed una multa di 1600 rupie la seconda volta, tutto è andato per il meglio.
Dopo ore in macchina, ad un tratto, in mezzo al nulla e sperduto da qualche parte della regione del Punjab, ecco che, come un miraggio nel deserto, spunta (udite, udite) un McDonald’s, anche McDrive: dove ti può capitare di mangiare un McChicken (di Big Mac neanche a parlarne) ed ascoltare punjabi MC, quello della sigla di Supercar in sottofondo che canta in lingua punjab. Solo una volta nella vita.
Come avrete capito, un tuffo nella “civiltà” occidentale non me lo sono lasciato sfuggire.
Arrivati a Delhi, dopo quasi dodici ore di auto, ci ritroviamo nel bel mezzo della notte, inglobati in un ingorgo da vigilia di ferragosto sulla autosole, ma qui sono in India e tutto è diverso.
Motivo dell’ingorgo. Il giorno seguente, domenica 15 Agosto, Independence Day indiano. In città con i camion e mezzi pesanti non si entra, ma qui sembra che nessuno lo sappia!
Il mio autista non si lascia sconfiggere dalla rassegnazione di passare la notte in mezzo ai camion e grazie ad acrobazie, mancava solo il turbo boost, superiamo l’ingorgo. 10 Km di felicità in mezzo a nessuno e di nuovo un altro blocco. Superato anche questo.
Entriamo in città. Non ho mai visto tanta gente dormire ovunque ai bordi delle strade, in mezzo alle carreggiate, sulle panchine delle fermate degli autobus, sui muretti a bordo strada… Chiedo: è così perché domani c’e’ qualche parata in onore del giorno dell’Indipendenza? Risposta: no, è una cosa normale. Del resto da queste parti non fa molto freddo la notte. Magari aspettavano ancora qualche strascico di stelle cadenti per esprimere un desiderio e sperare che il giorno dopo ci si potesse risvegliare in un letto… chissà.
Arrivo a Delhi. Domenica 15 Agosto. Voi festeggiate il Ferragosto. Io dormo.
Il pomeriggio, senza aver neanche potuto salutare la mia piccola amica, lascio il centro dell’India e volo per Bangalore. 2 ore e mezzo di viaggio che mi proiettano in un altro mondo.

Bangalore: città anche questa di svariati milioni di abitanti, città dell’Information Technology. Una città moderna; non ci sono baraccopoli come nel centro nord, anche se qualche sfigato anche qui c’e’. Tutto viaggia alla velocità della luce. La gente lavora tutto il giorno, ma il tenore di vita è decisamente più alto rispetto alle altre città indiane.
Nulla da segnalare, anche perché due giorni e poi via per altre mete, senza nemmeno la possibilità di fare un giro. Il clima è piacevole, si sta bene. Il traffico: sono ancora in India. Nessun dubbio.
Martedì sera (17 agosto) prendo il treno: questa volta prima classe, ma un po’ meno prima delle altre due volte. Tutto bene. Alle 2.30 del mattino lascio la branda e scendo in una città chiamata Erode: welcome to Erode. Assisto ad una scena degna di un film di guerra con Alberto Sordi. Vagone di terza classe. Si viaggia senza prenotazione. Non ci sono letti, ma solo posti a sedere. I più fortunati hanno preso il posto vicino al finestrino. Nei sedili ci stanno almeno 5 persone, altrettante dirimpetto. Altre 4 nello sedile a fianco, in mezzo un corridoio. Due o tre nel sedile rialzato. 20/22 persone in uno spazio in cui da noi ce ne stanno 8. Nel vagone ci saranno almeno 150 persone. Bambini. Donne. Ragazze. Ragazzi. E’ un modo normale di viaggiare da queste parti. Alla stazione 4 venditori di caffè, tè, cibi vai intonano una cantilena da mercato. 20 minuti senza smettere un secondo. Entro nel vagone per fare una foto (venuta male). Esco.
Usciamo dalla stazione (viaggio con il mio agente indiano): 15 minuti passati a discutere sul prezzo del taxi per portarci 60 Km più in là, la nostra meta. Prezzo: 450 Rupie, invece delle 500 richieste. Io mi stavo triturando le p****, ma qui si usa così ed io lascio fare. L’autista: il nonno di Schumacher. Salgo sull’Ambassador, macchina d’altri tempi, con sto vecchietto alla guida. Tra strade buie, curve, buchi e scavi, arriviamo a destinazione alle 4 di mattina dopo un Gran Premio di Formula 1 alla Tazio Nuvolari.
Karur. Città dell’Home Textile.
Anche qui un casino impossibile da descrivere, ma una città in cui tutti lavorano, in cui si vede che il tenore di vita è abbastanza buono, i ragazzi e le ragazze studiano, i bambini vanno a scuola con le loro divise, magari un po’ sporche, le donne lavorano nella costruzione di strade e case.
Il sud dell’India è proprio un altro mondo rispetto al Nord e questo mi viene confermato.
Solo una dissertazione sulle aziende tessili che ho visitato.
Molte di queste aziende sono fornitori di maglie per diesel, gas, guess?, benetton, gap, ralph lauren e dei principali marchi conosciuti in Europa e negli USA. Ad onor del vero, anche se non sempre ho visto la lavorazione, ma solo in qualche occasione, l’ambiente di lavoro è tutt’altro che sgradevole o brutale, come immaginavo. Differenze ce ne sono rispetto alle nostre fabbriche, ma anche per il fatto che queste aziende siano certificate, in qualche modo le regole vengono rispettate.
Gli orari di lavoro sono tali e quali ai nostri, ma non si lavora la notte. L’unica differenza sta nel fatto che qui ci sia una massa di lavoratori incredibile. Centinaia di persone, dappertutto. Magari ti trovi il padrone che impone il silenzio durante le ore di lavoro, magari leggi scritte come: “If u have nothing to do, do not do it here. Our aim is to keep eyes and ears open and mouth shut”, ma se rapportato quello che è la vita da queste parti, lavorare in una fabbrica per mette di avere una vita dignitosa.
Trovo sempre il ragazzino addetto ai caffè ed alle bevande per i visitatori ed il personale impiegato negli uffici, guardie, spesso armate, che mi salutano all’ingresso dello stabilimento, come se fossi un ufficiale. E’ un altro mondo. L’interno dell’azienda è un mondo a parte che si discosta dalla confusione, dal traffico, dal casino che spesso c’e’ al di fuori delle mura.
E’ un’esperienza comunque sempre interessante ed ogni giorno piena di sorprese.
Tirupur (città con la fogna a cielo aperto che scorre ai margini della strada), Coimbatore, Ludhiana: città del Knitwear; Bangalore, Karur (il distretto industriale più importante sin dai tempi dell’Impero Britannico) famosi per l’Home Textile.
Ho visto città che non ci sono nelle guide turistiche, ma ogni posto, anche dove non c’e’ nulla, ha il suo fascino indiscutibile.
Ora sono arrivato a Chennai. Qui la Banca Sella ha una software house.
A me manca il cibo italiano, anche se mi sono ormai abituato a quello indiano. Tutto va bene.

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